«Per me andare a Sanremo non ha nessun senso. Andare lì a far parte di un cast, di un ambiente, di un’atmosfera che non c’entra niente con noi, non avrebbe nessun senso. Non lo avrà. Non lo faremo». È interessante partire da questa dichiarazione di Manuel Agnelli (Muz magazine, marzo 2007) per comprendere l’importanza di un’operazione, prima che di un disco, come “Il paese è reale”. Quella che oggi potrebbe sembrare una contraddizione in realtà non lo è, o meglio, non lo è più stata dal momento in cui – prima di partire per il Festival – gli Afterhours avevano annunciato che la loro partecipazione voleva, e doveva, essere il modo per spostare l’attenzione generale verso lo sterminato panorama indie delle terre tricolori.Ecco dunque “19 artisti per un paese migliore”, come s’interroga il sottotitolo della compilation, che rappresentano un bello spaccato di quello che è oggi la musica in Italia, al di là degli stili e della visibilità. C’è ovviamente il brano sanremese degli Afterhours, in linea con le loro ultime produzioni; ci sono le ottime prove di Paolo Benvegnù (“Il mio amore”) e dei mai scontati Marta sui Tubi (“Mercoledì”). C’è, e non è per niente da sottovalutare, un’onda cantautorale importante: Dente, ironico e affilato come al solito in “Beato me”; Cesare Basile con il sapore aspro de “Le canzoni dei cani”; la luminosa solarità di “Che bella carovana” firmata Marco Iacampo e le sottigliezze di Marco Parente, ben evidenti nella sua “Da un momento all’altro”. Ottimo anche l’apporto degli Zu e i dei Calibro 35; non da meno Beatrice Antolini e The Zen Circus.
Una bella raccolta dunque, non sappiamo se per un paese migliore, ma sicuramente utile per chi desidera un ascolto lontano dai precotti radiofonici e dai fenomeni mediatici pieni di niente.

La ricetta segreta degli Impossible Hair è meno complicata di quanto si possa immaginare. Si tratta di una band composta da elementi di stanza a Baltimora e Washington D.C., che nel tempo hanno accumulato una notevole dose d’esperienza in altri gruppi del panorama underground (Buttsteak, The Orange’s Band, The Andalusians) e sono riusciti a riversarla col giusto piglio in quest’album di debutto a base di indie-rock, melodico senza esagerare e inquinato quanto basta.
Non è una mezz'ora qualsiasi quella passata in compagnia dei Father Murphy. Il trio veneto, composto da membri del Madcap Collective, produce un ottimo e visionario continuum sonoro che si snoda attraverso i nove movimenti di "...And He Told Us To Turn To The Sun", naturale elevazione del precedente e pur valido "Six Musicians Getting Unknown" (2005). 
Ispirati alla figura immortale di Syd Barrett, mossi da una sanissima voglia di ruvido rock dalle fattezze decise. Sono i Grinpipol, quintetto di Sassari che riversa nell'esordio cantato in inglese intitolato "De Grin Sound of de Grinpipol" la voglia di mettere in mostra un suono personale, non originalissimo, ma di sicuro effetto.
Stiv Cantarelli fa tesoro della propria esperienza decennale - debuttò nel '99 con i Satellite Inn su etichetta Moodfood records - per dar vita al nuovo progetto denominato The Saint Four. In questo ep omonimo accantona le atmosfere rarefatte e le sperimentazioni degli ultimi tempi, in favore di quel cantautorato arido e viscerale che ne segnò gli esordi.
È un intreccio sonoro molto complicato e avvincente quello messo in piedi dai K-Branding. Il trio composto da Vincent Stefanutti (sax e percussioni), Sébastien Schmit (drum) e Grégory Duby (basso) dà alle stampe “Facial”, il primo vero lavoro sulla lunga distanza dopo molti chilometri macinati in anni di live, demo, sperimentazione e assestamenti di line-up, inizialmente concepita come formazione a sei nei The Monday Guys agli inizi del decennio.



Ironico, pragmatico, irriverente. Remo Remotti – classe 1924, icona dell’underground capitolino e non solo – torna a far parlare di sé con un album interamente incentrato su una delle sue tante passioni: l’astrologia. Nello Zodiaco di Remotti il nostro ha da ridire su tutto e su tutti: dall’ariete «privo d’umorismo», ai pesci che «vanno da una parte all’altra e non sanno che pesci prendere» e che «dopo tre giorni puzzano», senza risparmiare i suoi amici dello scorpione che definisce «i becchini dello zodiaco, sensuali e passionali».
Rocco Triventi, in arte Trivo, fa confluire nella musica le passioni che lo accompagnano fin da quando era piccolo: il disegno, la fotografia e il cinema. Il suo album autoprodotto dal titolo “Emoterapia” mostra in 17 episodi – alcuni dei quali sono solo dei brevi accenni – tutte le attitudini di un artista che sa far convivere colori, visioni e suoni provenienti da mille direzioni fino a dar forma a un insieme asimmetrico, policromo. 
Non è stato facile sbarazzarsi di un soleggiato pomeriggio romano per tener fede all’appuntamento con Luca Ghielmetti fissato in un noto centro commerciale, prima dello showcase di presentazione del suo album omonimo, arrivato a dieci anni di distanza dal precedente “Dolci spose mancate d’un soffio”. Ma il cantautore ci ha ripagato con un’intervista sincera, fatta di parole semplici e al contempo profonde, rispondendo in maniera schietta e amabile, come il prosecco che deliziosamente sorseggia tra una domanda e l’altra.
Col passare del tempo tutto cambia, è inevitabile. Le persone, la società, le cose, i gruppi musicali. Anche quelli che più amiamo, con i quali abbiamo condiviso pensieri e emozioni, per i quali abbiamo speso la nostra passione. I Marlene Kuntz compresi. Quei Marlene Kuntz che ai cambiamenti ci hanno abituato, fino a convincerci che si è trattato di una auspicabile, sofferta, naturale evoluzione.Arriva oggi, a venti anni dagli esordi nella polvere di Cuneo, il loro Best of, questo sì evitabile, ma dal quale emerge una figura multiforme, piena di sfumature e tratti distintivi.
Avere dall’altra parte della cornetta Patrizio Fariselli vuol dire entrare in contatto con pezzo importante – se non fondamentale – di storia dell’intera musica italiana. Un personaggio con il quale, oltre che parlare del suo ultimo lavoro discografico Notturni, abbiamo voluto allargare lo spettro della conversazione, dagli esordi con gli Area fino all’educazione musicale nel nostro Paese. Ci ha risposto con l’umiltà tipica dei più grandi, lasciando trasparire il pensiero profondo di una persona e un musicista sempre teso all’innovazione, alla ricerca senza calcolo.