mercoledì 10 marzo 2010

Interviste kroniche: Joy Cut # Overmood # Quinto Stato # Hollowblue # The Banshee

Interviste kroniche 2007/2008

Li abbiamo visti esibirsi a Roma prima del concerto degli Editors, sono riusciti a catturare l’attenzione dei presenti con un mini-set profondo, scuro, sofferto. I Joy Cut rafforzano con il nuovo “The Very Strange Tale of Mr. Man” tutto il loro potenziale musicale e comunicativo. Portano avanti un’idea concreta, una filosofia d’intendere gli sviluppi di costume che si riflette nei loro testi, nel loro suono. Ci svelano cosa c’è nel profondo del loro pensiero e da dove nasce l’incredibile necessità comunicativa che li spinge a portare avanti un’idea che ha solo bisogno di spazio e possibilità d’esprimersi nella sua interezza


Il progetto JoyCut prende il nome da due opere ben distinte: “Joey” di Nick Drake e “The Final Cut” dei Pink Floyd targati Roger Waters. E’ solo un fattore d’assonanze o ci sono degli aspetti artistici e caratteriali di questi due personaggi che si possono rintracciare nella musica della band?
Piccola precisazione per onestà intellettuale e credito storico: “Joey” è una traccia di “A Time for No Reply” di Drake. Detto questo, l’assonanza metrica ha senz’altro contribuito alla sintesi fra i due significati, ovviamente la caratura comunicativa dei due pianeti in questione ha fatto il resto. Ci sono stati, ci sono attualmente e probabilmente continueranno ad esserci tratti sonori specifici che si riferiscono ai due artisti.

Il fatto di cantare in inglese per esprimere la vostra filosofia musicale è una scelta puramente commerciale o pensate che sia una via di comunicazione effettivamente più efficace?
Diremo una cosa semplice. Noi cantiamo in inglese e basta. La scelta è spontanea e allo stesso tempo necessaria. Abbiamo col passare del tempo sperimentato e constatato quanto il suono della voce meglio si esprima con la formula codicologica. Si abbandona più aderentemente al resto. E il linguaggio è mutuato da frames di immagini-idee che facilmente possono essere rappresentate da chi ascolta. L’inglese non è pertanto una scelta commerciale. Meglio dire una consapevole presa di posizione, con l’ambizione di potersi confrontare con qualsiasi cultura.

Il vostro ultimo lavoro “The Very Strange Tale of Mr. Man” è un disco molto ben curato e corposo. Sembra il frutto di molte session di registrazione; è questo il vostro modo di mettere insieme le idee o arrivate alle conclusioni in maniera rapida senza perder troppo tempo in studio?
È frutto di molte session di prove. Di Suono maturato live e di un’attività compositiva che da molto tempo sente il bisogno di venire alla luce. In studio abbiamo registrato in presa diretta. Esperienza che ci ha gratificato tanto e che speriamo di poter ripetere nei prossimi lavori, pur non disdegnando il valore aggiunto della ripresa stratificata. Un domani, se avremo possibilità e disponibilità, volentieri avremmo voglia di vivere lo studio buttando via l’orologio.

Difficile cogliere in maniera netta le ispirazioni della vostra musica. Ma nel brano “Shake Your Shape” viene fuori un’urgenza espressiva che riporta alla mente le sonorità darkeggianti della prima metà degli anni ’80. E’ un abbaglio o effettivamente portate nel cuore quel periodo?
Quello è senza alcun dubbio uno dei colori centrali della nostra esperienza adolescenziale nonché dell’imprinting formativo. Ma ci sono tanti altri colori che possono essere accuratamente scorti, scovati e scoperti all’interno del disco. Una volta trovati e riconosciuti non si potrà far a meno di considerarli alla stessa stregua di quelli che emergono ai primi ascolti. “Shake Your Shape” è la miglior sintesi, in tal senso, che siamo riusciti ad offrire.

Chi è esattamente Mr. Man? Perché questa necessità vitale di doverlo salvare? E soprattutto, in che modo si può raggiungere l’obiettivo?
Mr.Man incarna i valori della sensibilità umana perduta. Non ci guardiamo più negli occhi. Non ci ascoltiamo più veramente. Puntiamo sempre più ad apparire. Tesi al profitto. Tradendo lo sviluppo civile e sociale col velenoso termine di Progresso. Mr.Man è questo Processo. L’uomo, quello che non c’è più, è oramai alieno, diverso, altro. E quando ne incontriamo uno fragile, umile, che lotta per essere semplicemente umano, ne abbiamo Paura.

Portate Mr. Man con voi anche sul palco sotto forma di un pupazzetto verde dalle fattezze extraterrestri. Sembra proprio parte integrante della band. Vi ispira, vi dà forza o è solo un fattore scenografico?
È il Nous! È l’anima dei Joy Cut. Ha un profondo taglio sulla pancia. All’interno vi riponiamo tutti i nostri oggetti da custodire. Ce li redistribuiamo prima di ogni concerto. Ci fa sentire parti dello stesso corpo. Ci dà gioia. Il nostro progetto vorrebbe un giorno istituire una fondazione Mr.Man. Per dare “voce” al vuoto sociale.

Quanto è stato importante suonare come supporter degli Editors nelle due date italiane del loro tour? Cosa vi ha concretamente portato in termini d’esperienza e divulgazione della vostra musica?
Tantissimo. Primo perché con gli Editors vi erano anche i The Boxer Rebellion, band della scena londinese e questo ci ha permesso di confrontarci direttamente con i suoni e la forma mentis d’oltremanica, secondo perché tenere il passo a realtà così straripanti ci convince sempre più di quanto lavorare, aprirsi, cambiare, crescere, ammettere limiti, sia per una band l’obiettivo più importante verso cui indirizzare tutti gli sforzi. Ci ha inoltre permesso di suonare letteralmente davanti a migliaia di persone con un’aspettativa di linguaggio talmente ben definita da cogliere con favore anche la nostra proposta.

Un’idea musicale non così immediata. Avere a disposizione uno spazio tutto per voi (magari davanti ad un pubblico più ristretto) è l’ideale per esprimervi al meglio o credete che la gente riesca a cogliere al volo la vostra essenza anche nel giro di due brani?
Stiamo crescendo trovandoci a dover offrire una sintesi della nostra identità musicale in uno “short term” (aperture, festival): fino a questo punto questa modalità ha pagato, permettendoci di veicolare l’energia in pochi pezzi. Lo spazio tutto per noi? Dopo numerose occasioni nel passato e alcune date quest’estate con palchi tutti nostri, è l’esperienza che ci apprestiamo a vivere di nuovo a partire dal 1 dicembre, data in cui partirà il nostro giro invernale. Augurandoci di incontrarci presto risponderemo sulla scorta dell’esperienza di fatto. Vero è che suonare davanti a poche persone che però sai indubitabilmente essere lì per te, che magari hanno acquistato o ascoltato il tuo disco…fa piacere e sarà emozionante! Mr. Man sarà contentissimo!

Avete in mente di portare avanti il vostro progetto basandovi nuovamente sulle tematiche di quest’album o nel prossimo futuro dobbiamo aspettarci delle radicali trasformazioni dei JoyCut?
Perché no? Ci sentiamo molto rappresentati dalla metafora della Polaroid. Fotografare sempre con autenticità il nostro stato di forma. Composizioni e brani per prossimi lavori già in archivio, moltissimo in cantiere. Altro che come sempre verrà fuori d’impatto. Unica cosa certa: racconteremo chi siamo!


E’ una di quelle band che non passano inosservate. Uso intelligente dell’elettronica, bella miscela di suoni e modernità consapevole, dall’incedere rapido, fulmineo, ritmato. Gli Overmood si scusano per gli imprevisti che ne hanno ritardato l’ascesa e mettono sul piatto le carte giuste per essere considerati una delle realtà più ficcanti e interessanti dell’anno.
“Sorry for the Setbacks” è la giusta sintesi di un lavoro di sperimentazione mirata, senza fronzoli, che raggiunge l’obiettivo senza titubanze e che può seriamente rappresentare il trampolino verso la giusta consacrazione.

Il vostro sound è molto originale e difficilmente riconducibile a sonorità ben definite. Come riuscite a mettere insieme la fondamentale componente elettronica con la vostra parte più rockeggiante rimanendo in equilibrio stilistico?
Fare confluire il pop-rock nell`elettronica è stato istintivo così come lo è stato usare un computer, campionamenti e auto-campionamenti per suonare. È un`attitudine che deriva da alcuni anni passati nell`hip-hop e più tardi nell’ascolto di musica elettronica. Solo da questo punto in poi è nato l’interesse e la curiosità per il rock indipendente americano e, di conseguenza, la voglia di provare a costruire qualcosa di simile ma con synth, sample e batteria elettronica. Ovvero con gli stessi strumenti di sempre. Contrariamente alla tendenza generale dei gruppi rock che si contaminano d’elettronica per sperimentare, il nostro percorso è stato inverso, diciamo dal breakbeat ai Pixies!

Quanto è stato difficile innestare altri due componenti (basso e chitarra) su un duo propriamente elettronico già collaudato e affiatato?
Non è stato facile far convergere gli interessi in un progetto comune, per questo fino a poco tempo fa ci consideravamo un duo e non una band al completo. Almeno fino all`inserimento di Andrea e Riccardo che, per fortuna, non condividono con noi il 100% degli ascolti. Io e Matteo ci conosciamo da moltissimo tempo ed abbiamo finito per livellare i nostri gusti, anche se spesso abbiamo dovuto discutere molto sui singoli suoni del disco prima di prendere una decisione definitiva.

“Sorry for the Setbacks” è passato attraverso molte fasi compositive oppure avevate tutto in mente ed è bastato entrare in studio e registrarlo?
Il disco è nato da lunghe serate invernali passate nella nostra saletta sotterranea con pc, stereo e chitarra a smontare e rimontare pattern con frammenti di batterie, synth, chitarre, a definire effetti, a strutturare i brani e a registrare demo. Siamo arrivati in studio con i provini dei brani e le parti già completamente definite. Nonostante ciò il risultato finale ha risentito molto e positivamente del lavoro in studio, ci siamo concentrati molto sulla produzione.

C’è qualche cosa che avreste voluto aggiungere o togliere, oppure pensate pienamente che sia un cavallo vincente?
Con il passare del tempo è abbastanza naturale rendersi conto delle molte altre possibilità che avremmo potuto sfruttare... ma questo non significa avere rimpianti di alcun genere, il lavoro ci soddisfa ancora e non poteva che uscire così in quel periodo! Nessun pezzo tra quelli previsti è stato escluso. Dal vivo ci sentiamo liberi di reinterpretare i pezzi e di risuonarli in modo diverso, lasciando spazio all`improvvisazione strumentale.

Rico degli Uochi Tochi dietro al mixer e all’intero progetto Overmood. Quanto e in che modo vi è stato d’aiuto per la realizzazione dell’album e l’assemblaggio dei brani?
Rico c’è stato di grande aiuto: ha subito capito quello che volevamo fare e quale importanza doveva avere la parte ritmica. È stato un lavoro di potenziamento e di definizione di un suono pulito, secco e potente. Per quanto riguarda l’assemblaggio dei brani, come dicevo poco fa il disco era già in buona parte abbozzato nei provini.

Emerge durante l’ascolto di ogni track una certa urgenza espressiva. I pezzi entrano subito nel vivo senza grandi introduzioni. E’ il vostro solito modo di esprimervi o questo fattore è dovuto dall’eccitazione del momento?
Anche questa è una domanda che fa riflettere sul passato... probabilmente si tratta di un retaggio che ci portiamo dietro dall’hip-hop: brevissimo intro, strofa, ritornello, strofa! Senza troppo respiro tra un momento e l’altro.

Colpisce il vostro modo di sviluppare la traccia. Musica che non è mai ferma su binari delineati, ci sono sterzate improvvise e accelerazioni repentine. Chi è di voi l’artefice di questo linguaggio asimmetrico che dà una bella sensazione di moto continuo?
Le basi del disco sono mie e di Matteo. L’asimmetria è una tentazione alla quale abbiamo voluto cedere qualche volta sia nell’andamento delle basi sia nella struttura dei testi, come in “The Mockery”. La tendenza è quella di costruire due atmosfere diverse e complementari che si alternano tra strofa e ritornello facendo molta attenzione ai cambi di tempo. Ora che ci penso è una caratteristica che riscontro spesso nei dischi che ascoltiamo di più.

Si deduce una gran gavetta d’ascoltatori e ricettori musicali. Chi è l’artista che più d’ogni altro v’ispira?
Ti posso fare alcuni nomi random di band che ascoltiamo molto, anche se non sono sempre ricoducibili agli Overmood: Pixies, Modest Mouse, Built to Spill, quasi tutto dei fratelli Kinsella, Daft Punk, Mr. Oizo, Ratatat, Cornelius, Gangstarr, qualcosa della Ed Banger...

Avete in mente di portare degli accorgimenti al vostro suono, magari con una sezione ritmica più pesante, o pensate di continuare sfruttando le possibilità di un`elettronica più "leggera"?
Ora non saprei rispondere, stiamo raccogliendo idee e riscontri nell`attesa di nuove registrazioni. Nel disco abbiamo preso spunti diversi da produzioni diverse cercando di evitare il crossover posticcio, come accade spesso quando si avvicinano rock ed elettronica. “Sorry for the Setbacks” suona come una rilettura giocattolosa dei nostri ascolti.

Che vi piacerebbe fare da grandi? Avete già in mente quale sarà la direzione da prendere per arrivare ad un secondo disco che sicuramente susciterà attese e curiosità?
L`età media è di 22 anni: qualcuno di noi ha già un lavoro quindi è già grande. Per ora vorremmo suonare moltissimo dal vivo. Abbiamo scoperto nuove possibilità interessanti riarrangiando quello che c`è nel disco, cercheremo di concentrarle in un ep nel 2008 che “sicuramente susciterà attese e curiosità” (grazie per la fiducia!).


Scambio d’idee con il gruppo ferrarese per cercare di capire il nocciolo del loro pensiero e il punto di vista di una band giovane e propositiva.

Che significato ha per voi Quinto Stato, cosa rappresenta oltre la semplice idea di rock band?
Quinto Stato è il frutto di una lontana amicizia fra quattro ragazzi della provincia ferrarese. Ci siamo conosciuti sui banchi di scuola, bla bla bla...

Dal vostro esordio discografico ad oggi sono passati quattro anni durante i quali ci sono state molte evoluzioni; c’è un filo conduttore che vi ha portato alla realizzazione di “Le ultime tracce di Mr. Tango”?
Probabilmente la necessità stessa di doverci evolvere. Abbiamo sempre temuto le stagnazioni.

Avete già raggiunto una buona originalità stilistica; da dove nasce il vostro suono e quali sono stati i passaggi fondamentali per la sua amalgama?
Magari è scontato, ma il nostro suono nasce dal confronto-scontro fra i nostri differenti background musicali e grazie a lunghe sessioni di prove abbiamo raggiunto quello che si può sentire nel nostro ultimo cd.

Dall’interpretazione dei testi emerge un forte senso di disagio nei confronti delle consuetudini (religiose, culturali e di costume); è arrivato il momento di scuotere queste situazioni ristagnanti o è meglio fuggire per trovare nuove strade?
Non ci sentiamo di dare un consiglio a riguardo, anche se da come ci poni la domanda, l`invito è quello di dare un messaggio positivo comunque. E tale sia.

Chi è Mr.Tango? Che cosa rappresenta nella vostra ideologia musicale?
Mr.Tango è la ciliegina ammuffita sulla torta di feste mondane, è la spina nel fianco di chi vuol assolutamente apparire brillante. Mr.Tango è una contraddizione continua nella ricerca di una propria soggettività.

Dove si arriva percorrendo le sue tracce?
Sempre nella solita ed anonima provincia ferrarese.

Nel disco ci sono brani notevoli, vedi “Ancora nuvole” o “Cani surgelati nello spazio”; l’idea brillante è proposta in maniera diretta o passa attraverso un percorso realizzativo complesso?
Dipende dal pezzo. Ancora nuvole ad esempio ha richiesto uno sforzo notevole per la sua riuscita, nonostante possa sembrare una canzone abbastanza semplice. Cani surgelati nello spazio, al contrario, è stato un flusso torrenziale che si è materializzato in breve ed è uno dei pezzi a cui siamo più legati.

Quanto ha influito la figura di Giorgio Canali sulla vostra scelta musicale? In che modo un produttore del suo spessore può essere d’aiuto per un gruppo emergente?
Abbiamo la fortuna di conoscere Giorgio e spesso ci incrociamo scambiandoci opinioni. Per la realizzazione del disco però avevamo le idee chiare, anche se il suo tocco è stato fondamentale, come lo sarebbe per qualsiasi gruppo che avesse la possibilità di lavorare con lui.

Prossimamente verso quale direzione si muoveranno i Quinto Stato? C’è un grande obiettivo finale o preferite vivere alla giornata?
La seconda che hai detto.


Voglia di sperimentare e tracciare linee espressive inedite, capacità di plasmare materia sonora come pochi e buon gusto per la sfumatura emozionale: sono questi i maggiori indizi che portano dritti all’idea che gli Hollowblue sono una band dal notevole spessore artistico e dal sicuro impatto stilistico.
Abbiamo scambiato due parole con Gianluca Maria Sorace (voce e anima del gruppo) e Marco Calderisi (chitarra), dopo l’uscita dello splendido “Stars are Crashing (In My Backyard)” e prima del tour che li porterà fino a esibirsi a Londra, in quella che ha tutta l’aria di essere la strada giusta verso la consacrazione.


Nel vostro ultimo lavoro, “Stars are Crashing (In My Backyard)”, emergono diversi momenti dall’andamento filmico. Il riferimento è alla pulpfictioniana “First Avenue” e agli scenari struggenti di “We Fall”. Quanto siete attratti dal mondo cinematografico?
Gianluca: Il linguaggio cinematografico è qualcosa che ha sempre avuto una forte influenza su di me. Che poi questa ricada direttamente nella musica che facciamo, non saprei. Probabilmente a livello inconscio, in alcuni casi, sì. Ma mi sento di dire che nessuno di noi parta veramente dall`idea di ottenere un certo risultato nella fase iniziale in cui ci apprestiamo a comporre e arrangiare. Lasciamo che le cose prendano il loro corso in modo molto istintivo, e così proseguiamo stando attenti a quello che la canzone stessa ci richiede. Può capitare di arrivare a comporre qualcosa di maggiormente cinematografico, ma anche semplici e dirette canzoni pop.

Se vi proponessero una soundtrack, da quale regista vi piacerebbe essere chiamati e perché?
Gianluca: Sto scoprendo recentemente David Lynch. Non avevo visto a suo tempo “Twin Peaks”. Mi sono perso le reazioni che suscitò. Immagino che debba essere stato, per le famiglie che lo seguirono in televisione, abbastanza spiazzante. Di Lynch adoro il modo sottile in cui mescola la realtà con il sogno. Non mi dispiacerebbe musicare un western. Ecco, magari un western di Lynch, se mai ne farà uno.

Ci sono altre band che godono della vostra particolare ammirazione, in Italia e all’estero, e perché?
Marco: In italia ci sono stati diversi gruppi che hanno goduto e/o godono della nostra ammirazione: Massimo Volume e Scisma per quanto riguarda (purtroppo) il passato; Ex-Otago, Perturbazione, Offlaga Disco Pax sono alcuni dei gruppi che più mi attirano e coinvolgono al momento. Tre nomi su tutti per quanto riguarda le influenze estere: i Cure, per la loro tristezza; i Blur, per la loro essenza pop; i Sonic Youth, per l`uso dei suoni.

Gianluca: Le mie influenze principali sono: David Bowie, Calexico, Nick Cave, Chet Baker, Television Personalities, Blonde Redhead, Portishead, Pulp, Sonic Youth, Arvo Part e i Divine Comedy di “Regeneration”, non necessariamente in quest`ordine. Se parliamo invece della scena italiana mi piacciono molto alcune band della nostra stessa etichetta (la Midfinger records, ndr): The Gumo, Drink to Me e Lara Martelli. E poi Luca Faggella col quale ci siamo trovati talvolta a condividere lo stesso palco, ma anche Valentina Dorme e Virginiana Miller. Voglio citare anche lo splendido progetto solista del nostro batterista Federico Moi, i Lovers of `69. Poi adoro molta della musica italiana degli anni ‘60/’70. Insomma un panorama abbastanza vasto, e ognuno dei componenti degli Hollowblue potrebbe dirti molti altri nomi. Quello che io cerco, e che accomuna quasi tutti questi nomi, è la capacita di trasmettere emozioni e portarmi alle lacrime. Ecco personalmente cerco la commozione. Che sia ben chiaro però che commozione non corrisponde assolutamente a tristezza.

La scelta di utilizzare il pianoforte, ma soprattutto il violino, deriva da una precisa voglia di mettere in gioco sonorità solitamente appartenenti ad altre derive musicali, o pensate sempre più al concetto di band allargata, magari con un’intera sezione d’archi, sax, tromba e altro?
Marco: Alla base di tutto c`è sempre una voglia di sperimentare e mischiare suoni e influenze. Questo sia dal punto di vista strumentale, che dal punto di vista di ascolti. I nostri gusti sono piuttosto eterogenei. Sarebbe molto bello poter suonare con un’intera sezione d`archi. Altrettanto poter includere stabilmente nell`organico anche un trombettista. Anche il sax è uno strumento che mi è sempre piaciuto. Però, mentre non mi è difficile immaginare una tromba o degli archi nella nostra musica, faccio più fatica a figurarmi un sassofono.

Gianluca: Adoro gli archi, in particolare il violoncello e adoro pianoforte e tromba. Non so, mi viene naturale aggiungere arrangiamenti che prevedono l`utilizzo di questi strumenti. Forse anche troppo naturale, nel senso che il rischio può essere in alcuni casi di sovraccaricare tutto quanto. Mi sembra però che finora siamo riusciti a mantenere il giusto equilibrio tra forza elettrica e acustica. Quando è possibile Andrea Inghischiano, il trombettista che ha suonato nel disco (benchè non faccia parte in modo stabile del gruppo), si unisce a noi nei live. Sarebbe bello aver sempre la possibilità si muoverci con più strumentisti. Altrettanto bello però è suonare le canzoni anche in modo semplice. Il fatto che le melodie siano abbastanza forti permette in realtà di presentare le canzoni con arrangiamenti anche semplici e diretti.

Un suono che nella sua interezza denuncia personalità, coesione ed espressività. Quanto lavoro in studio c’è per arrivare a una tale consistenza? Da dove nascono le vostre canzoni? E dove vogliono arrivare?
Marco: Hollowblue è nato come progetto solista di Gianluca e in genere la maggior parte dei pezzi nasce da lui. Con il passare del tempo c’è stata un’evoluzione costante del nostro approccio ed è risultato sempre più significativo l`apporto di tutti. Ciò sicuramente permette di creare un amalgama sonoro composito e originale. La cosa particolare è che, comunque, il processo compositivo non è celebrale o volutamente complesso. Noi suoniamo quello che ci piace e che ci viene spontaneo suonare. Però, senza dubbio, il lavoro costante e continuo portato avanti in sala prove in questi ultimi quattro anni, ha fatto sì che si sviluppasse spontaneamente un’unità e una direzione sonora di gruppo.

Gianluca: Sì, come dice Marco, le cose piano piano sono cambiate negli equilibri della band. Se inizialmente mi occupavo un po` di tutto io, adesso - benché continui a scrivere testi e melodie -, cerchiamo di far nascere le canzoni direttamente in studio. È molto più divertente e più aderente a quello che siamo. Inoltre abbiamo raggiunto un tale grado d’affiatamento che in alcuni giorni potremmo scrivere due o tre canzoni alla volta. Una grande fortuna devo dire. Nelle mie passate esperienze in altri gruppi il raggiungimento di un obiettivo in termini musicali e artistici richiedeva spesso un grande sforzo. Adesso basta accendere l`amplificatore e partire con qualche nota che tutti ci ritroviamo sulla stessa lunghezza d`onda. Quello che vogliamo è semplicemente che trasmettano emozioni forti e che emozionino noi prima di tutto. Immagino che sia un obiettivo abbastanza comune.

L’album si distingue per la cura dei particolari e delle sfumature timbriche. Impegno che si riflette anche nella bella confezione: copertina ricercata e foto azzeccate. In che modo una band che dà risalto a questi aspetti si pone di fronte all’avanzare inesorabile del digital download, ovvero della musica che non si può stringere tra le mani?
Marco: Credo che, al giorno d`oggi, il download digitale sia una realtà importante e innegabile, che vada quindi vissuta in modo attivo. Vedo il download digitale (legale o meno) come uno strumento in più per arrivare dove non è possibile arrivare con altre forme di comunicazione/diffusione. Sicuramente la proposta dd attuale è più limitata, sotto certi aspetti, rispetto a quella classica (ovvero cd o, addirittura, vinile), ma non credo che ciò costituisca un problema di fondo. I problemi sono altri.

Gianluca: Da un certo punto di vista il download digitale è davvero una grande fortuna per le band e la diffusione della musica in genere. A noi internet ha aiutato moltissimo, permettendoci di avere una certa visibilità anche oltre confine. Devo comunque dire che sono un feticista del vinile e del supporto in genere. Non riesco a immaginare un album che sia solo immateriale, non abbia odore e non invecchi col passare del tempo. Questa è una cosa a cui non riuscirei a rinunciare. Secondo me la comodità dell`accesso alla musica attraverso i canali digitali dovrebbe avere come contropartita una cura maggiore per i supporti attraverso il packaging, come fanno in Giappone dove il supporto è prezioso quasi al pari della musica stessa.

Pensate sia una vera rivoluzione o una resa inevitabile?
Marco: Una rivoluzione. Il problema casomai, non è l`eventuale diffusione, legale o meno, di contenuti digitali, ma il fatto che oggi c’è un pubblico meno interessato a certe forme di arte/spettacolo. Si va sempre più verso un sistema “mordi e fuggi”. Ovviamente questa tendenza è agevolata dal dd, ma, contemporaneamente, il dato veramente critico è quello legato alla variazione di sensibilità e interessi dell`utente finale.

Gianluca: Sì, una rivoluzione. Ma la cosa un po` triste per me è che davvero la musica viene sempre più fruita come canzone singola e non come album, lista di canzoni, progetto musicale.
La compilation come modello assoluto d’ascolto. Oh mamma quanto sono vecchio, non riesco ad accettarlo.

A maggio sarete a Londra per il tour promozionale. Vi sentite sufficientemente maturi per proporvi a un pubblico solitamente esigente come quello inglese? Cosa vi aspettate da questa esperienza e quanto pensate che la vostra musica ne possa beneficiare?
Marco: È sempre stato il mio sogno quello di calcare un palco in Inghilterra. Sono cresciuto ascoltando principalmente musica inglese, sono sonorità alle quali sono legatissimo. Sì, credo che siamo sufficientemente maturi... ma del resto lo sapremo solo quando ormai non sarà più possibile tornare indietro, cioè non appena saliremo sul palco!

Gianluca: Suonare e suonare e suonare. Questo non può che far bene a noi e alle canzoni stesse che così acquistano diverse sfumature rispetto all`album, maggior vita. Questo indipendentemente che si faccia in Italia o all`estero. Certo che confrontarci con un pubblico inglese per noi che facciamo una musica d’ispirazione per lo più anglofona è una bella sfida. Sulla carta è stata una sfida già vinta in passato visto che sono uscite recensioni lusinghiere sia negli Stati Uniti che in Inghilterra, e così sta avvenendo pian piano anche per questo album.
Come credo sia noto dal punto di vista artistico ci piace molto confrontarci con quanto succede fuori dall`Italia. Vedi la collaborazione con Anthony Reynolds sul primo disco o quella con Dan Fante adesso. Il faccia a faccia con il pubblico dei live sarà comunque un`altra cosa e non vedo l`ora che si realizzi. A fine aprile faremo anche un tour tutto italiano di sette/otto date insieme a Dan Fante. Vi aspettiamo a questi appuntamenti di musica e poesia.

I The Banshee, musicalmente, fanno sul serio. Due dischi all’attivo, ottime recensioni da parte della critica (NME, Mucchio, Kronic.it) e un buon riscontro di pubblico (sia in Italia che all’estero) ne fanno una delle più interessanti realtà del panorama indie emergente.
Pop molto ben concepito, fresco, intelligente, che si rifà ai grandi nomi della new-wave d’annata, ma che non può passare inosservato proprio perché riesce a non cadere in quei facili cliché che ne farebbero uno dei tanti cloni dei Franz Ferdinand.

Qual è la ragione per la quale esistono i The Banshee? Da dove nasce questo nome?
Siamo quattro orfanelli. I nostri genitori adottivi decisero di chiamarci The Banshee, perché nelle culle strillavamo come la leggendaria creatura dei miti irlandesi.

Venite da più parti descritti come una scommessa vincente. Qual è l’elemento principale di questa riuscita?
Come nel gioco d’azzardo, ci vuole fortuna e un po’ d’incoscienza, poi un bicchiere di Jack Daniels e sigari cubani.

I vostri pezzi sprigionano energia e non conoscono pause di riflessione. Come nascono e qual è la caratteristica che li lega e li rende adatti al vostro stile?
Diciamo che la gravidanza (il concepimento dell’idea) è solitamente mia o di Jago. Poi, di solito, suoniamo avvolti dal nastro isolante, per legare meglio le nostre composizioni! Per quel che concerne lo stile è solo questione di sex appeal.

Con il nuovo “Your Nice Habits” in che modo il vostro suono si è evoluto e cosa è cambiato rispetto ai primi passi mossi con “Public Talks” del 2006?
Oggi il suono è decisamente più definito. Si parla di vera e propria evoluzione e rivoluzione. Rispetto ai primi passi inoltre sono cambiate molte cose. Pensa che ora viviamo in California, vicino a uno che mi pare si chiami Puff Daddy o qualcosa di simile. Giriamo in macchine con ogni comfort (anche inimmaginabile) e ovunque andiamo, ci riempiono la bocca di M&M’s dello stesso colore…

Un disco in soli 36 minuti. È una precisa scelta espressiva?
No, un caso. È un disco che dura solo 36 minuti perché lo abbiamo registrato in solo 36 minuti!

Quali sono i vostri nice habits?
La Play, Mc Donald’s, vedere “Uomini e Donne” in TV. Praticamente gli stessi tuoi nice habits, non è così? [ride]

Sì, in parte. Quanto, e in che modo, è stato decisivo il supporto in studio del producer Luke Smith?
Luke è stato basilare. È un gran producer e ha mantenuto una calma perfetta (evidente in situazioni anche difficili) per l’intera registrazione dell’album. La cosa mi ha impressionato, e lo staff del Red House Recordings di Senigallia è stato magico. Luke lo aveva proposto perchè conosceva già David Lenci, che è un fonico veramente in gamba.
Questa volta sono serio: devo confessare che ancora adesso non comprendo perfettamente le sfumature di suono che Luke è riuscito ad inserire in “Your Nice Habits”. Il suo livello artistico è davvero superiore al mio!

Vi dà fastidio leggere nelle recensioni i nomi dei gruppi ai quali solitamente siete accostati, come Devo o Talking Heads?
Per niente. Anzi, spero che non dia fastidio a loro!

Quanto è importante, per una band emergente, avere alle spalle un’etichetta discografica in un momento in cui sembra che il futuro sia decisamente versato al download e al fai da te?
La prima cosa importante è la promozione del disco. Poi il supporto è successivo. Ritengo che avere gente che crede in te sia fondamentale, soprattutto all’inizio. Per cui, lunga vita alle etichette discografiche (indiependenti)!

La vostra musica gode di un notevole respiro internazionale: testi in inglese, scelta dei suoni e un atteggiamento generale lontano dagli stereotipi pop italiani. Pensate che questo possa creare una certa diffidenza con il pubblico o avete in mente di puntare subito a un audience prettamente europea?
È eccitante pensare che la gente ballerà con i nostri dischi. Stiamo puntando ad un audience europea, africana, asiatica, americana e anche oceanica! Gli stereotipi, ahimè, esistono ovunque. In Italia non abbiamo mai avvertito particolare diffidenza da parte del pubblico, come del resto negli altri paesi in cui abbiamo suonato.

Dopo due buoni album, iniziate a sentire il peso delle aspettative? In che modo si svilupperà il progetto The Banshee?
Dopo due soli album, l’unico peso che sentiamo è quello degli amplificatori, in quanto non abbiamo ancora roadies e sta per iniziare il tour.
Anche per questo, stiamo componendo sempre di più con il computer. Potrebbe un giorno sostituire ogni strumento, ogni cosa, anche noi!

Infine, una considerazione sulla vostra Genova. Cosa le manca per competere con le altre città, come Roma o Milano, dove le band hanno molte opportunità e spazi per potersi esprimere?
Non vorrei sembrare un santone, ma la domanda contiene già la mia risposta. Parli di molte opportunità e spazi per potersi esprimere in altre città come Milano e Roma: ti pare poco?

martedì 9 marzo 2010

Serate kroniche: i live report (Editors/Disco Drive)




In un ambiente freddo e vagamente distratto spetta ai nostri Joy Cut aprire la tappa romana del tour degli Editors e - nonostante l’indifferenza dello sparuto pubblico che sta lentamente riempiendo il Piper Club – il trio riesce ad offrire un mini-set efficace che strappa pochi applausi ma sinceri. Una rapida sistemazione al palco ed ecco esibirsi i londinesi The Boxer Rebellion, band di belle speranze capace di scaldare gli animi e catalizzare l’attenzione dei presenti con una prestazione essenziale, decisa, senza sbavature e dal coinvolgente andamento ritmico.

Quando ormai sul pavimento del leggendario club capitolino non c’è più neanche una mattonella libera arrivano sul palco gli Editors. I ragazzi di Birmingham sanno bene quanto una buona scaletta può incidere sulla riuscita di un concerto ed infilano subito in apertura - senza perdersi in introduzioni di sorta - due schegge taglientissime del loro repertorio: “Lights” e “Bones”. Due brani eseguiti a perdifiato, con tutta l’energia possibile neanche fosse l’ultimo live della loro carriera. Un avvio folgorante che ha un impatto decisivo in grado di far schizzare alle stelle l’entusiasmo di un’audience che ha voglia di saltare, ballare e farsi trascinare.

La band non è di quelle che si fanno pregare, anzi. Tom Smith si produce in una performance convincente, interpreta i testi delle canzoni con smorfie e pose teatrali, tiene il palco con disinvoltura e ruba la scena mettendosi a suonare in piedi sul pianoforte, arrivando in alcuni momenti quasi a toccare i ragazzi delle prime file e dimenandosi divertito dal tanto entusiasmo prodotto. Dal vivo i brani assumono una veste meno profonda e oscura ma leggermente più colorata ed ariosa. La voce di Smith è più squillante, Leetch al basso e soprattutto il drummer Edward Lay sostengono la struttura ritmica con un apporto incessante e preciso, mentre la chitarra di Urbanowicz resta defilata senza trovare grandi spazi.

Questi sono gli Editors, una band che ha molte frecce nel suo arco e che riesce a mantenere alto il livello emozionale soprattutto grazie a brani come “When Anger Shows”; un pezzo dalla timbrica decadente eseguito con rabbia, forza espressiva e passione. Il concerto non conosce soste e il pubblico partecipa entusiasta e divertito: “Blood” fa elevare aggreganti cori da stadio e una decisissima versione di “All Sparks” produce un battimano incessante. I brani dei due album si mescolano facilmente in un cocktail micidiale: “Munich” è accolta da acclamazioni trionfalistiche e le nuove ma già epiche “An End Has a Start” e “Escape the Nest” fanno sì che l’eccitazione rompa gli argini. Si respira un’aria vibrante; ogni track sviluppa esaltazione e il clima è ormai bollente.

Nel finale la bellissima versione di “Smokers Outside the Hospital Doors” mette il punto esclamativo ad un’esibizione maiuscola capace di spezzare quel filo di scetticismo che prima del concerto legava molti pensieri dei presenti, tra i quali quello del vostro diffidente cronista.

Disco Drive @ Circolo degli Artisti, Roma 03.11.2007



C’era attesa e molta curiosità tra gli spettatori che sabato 3 novembre hanno affollato – come di consueto – il Circolo degli Artisti di Roma, locale sempre più al centro delle scorribande elettro-indie della bella penisola.

L’opening act ha visto protagonisti gli Elettronoir, gruppo volenteroso che ha presentato un set incentrato su quelle sonorità chiaroscurali - infarcite di soluzioni elettroniche - con le quali si stanno facendo conoscere anche al di fuori dei confini capitolini. Un live che purtroppo paga pegno ad un’impostazione timbrica sicuramente da rivedere; la voce di Marco Pantosti si perdeva nelle frequenze del basso di Matteo Cavucci, rimanendo soffocata e per lunghi tratti incomprensibile. Bella la presenza scenica della femme fatale Georgia Colloidi che però non è bastata per elevare un suono complessivamente troppo incentrato sull’elettronica di Davide Mastrullo.

Di ben altra pasta l’esibizione dei sempre più affermati Disco Drive. Trio esplosivo, estroverso, eclettico al punto da far letteralmente vibrare l’atmosfera compassata del Circolo. Un concerto a tratti straripante, dall’approccio forsennato e incredibilmente coordinato malgrado le lancinanti sonorità di una band sempre più lontana dagli stilemi degli esordi e sempre più propensa ad un noise d’altissima qualità.

Consapevoli del loro spessore, i ragazzi si permettono sperimentazioni d’ogni genere, si cambiano postazione e strumenti con scioltezza mantenendo sempre vivissima la sensazione cortocircuitale nella quale si proiettano fin dalle prime battute. I brani del nuovo “Things To Do Today” dal vivo risultano ancora più vorticosi e incendiari. Track pazzesche come “It’s a Long Way to the Top” esaltano il pubblico che si lascia ben volentieri trascinare verso territori al confine di un isterismo frenetico e originalissimo.

Doppia batteria, trovate elettroniche, qualche sbavatura dovuta al continuo azzardo sonoro e al ritmo incessante; sono queste le caratteristiche che fanno dei Disco Drive una band fuori da ogni possibile definizione. Difficile trovare gruppi che sul palco danno tutto con questa energia e con tale espressività.

Mai, per nessun motivo, vorremmo capitare sotto una bacchetta di Jacopo Corazzo ma, sicuramente, abbiamo molti argomenti per ricapitare sotto il palco di un loro concerto.

lunedì 1 marzo 2010

Paolo Tocco: intervista


Paolo Tocco è un ragazzo in gamba. Ingegnere, chitarrista autodidatta, ex prestigiatore, si è avvicinato alla musica con un album, Anime sotto il cappello, fatto di canzoni autentiche che narrano storie personali di vita quotidiana. Mentre si gusta i consensi che quest’opera prima sta riscontrando, inizia già a pensare a un nuovo lavoro, da costruire con più esperienza e con maggiore consapevolezza. Gli abbiamo rivolto una serie di domande per capire cosa ha da dire attraverso il suo modo di essere cantautore istintivo, narratore di qualità e serio professionista.

Sul comunicato stampa di Anime sotto il cappello è scritto che questo lavoro rappresenta una «scommessa contro la plastica musicale che si impone al mercato». A qualche mese dalla pubblicazione, com’è il risultato parziale?

Forse qualche mese non è abbastanza per veder arrivare dei risultati. Già la pubblicazione, in fondo, è un gran risultato per me che sono appena all’inizio di questo lungo viaggio. Una pubblicazione che arriva dopo un anno di consensi e di ottimi riscontri da parte di tutti coloro che per caso, o per dovere, hanno ascoltato la mia musica. Adesso raccolgo senza mai smettere di seminare. La “plastica musicale” c’è sempre, ma mi sto accorgendo che ci sono anche molti spazi e molti grandi professionisti che sfidano e battono questa “plastica” ogni giorno. Sono degli ottimi modelli da guardare per crescere; l’essermi messo in viaggio mi ha dato la fortuna di incontrarne tanti e spero di incontrarne sempre.

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Ugo Mazzei: intervista


Scambio di mail con Ugo Mazzei, cantautore dalle idee chiare e dello stile vissuto. Il suo album d’esordio Pubblico e Privato ha destato la nostra curiosità, per via della sicura ricercatezza mostrata nell’intreccio tra parole e musica e per quel modo espressivo pieno di ironia tipico dei più grandi. Consapevole delle difficoltà, ma certo dei propri mezzi, il Nostro ci racconta alcuni significati delle sue canzoni: solida base di partenza per progetti più ambiziosi e complessi.

Qual è stato il percorso che ti ha portato a realizzare il tuo album di esordio?

L'intravedere uno spiraglio di luce nuova sulla canzone d'autore, e da lì finalmente uscire con un lavoro pieno di sonorità da me amate negli anni.

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Sandy Muller: intervista


Abbiamo rivolto alcune domande a Sandy Müller, pochi giorni dopo il concerto di presentazione del suo terzo lavoro in studio “Falsa Rosa”. La cantautrice italo-brasiliana ci ha spiegato i perché di un progetto lontano dalle consuetudini, fatto di undici brani cantati sia in italiano che in portoghese su uno sfondo musicale di altissimo spessore. Un progetto capace di andare oltre le semplici apparenze.

Qual è il significato di “Falsa rosa”?

Sandy Muller: Una rosa quando è falsa può anche essere bellissima, ma non profuma. La sua immagine non corrisponde a quello che è veramente. La falsa rosa è quindi un invito a non fermarsi alle apparenze e a toccare con mano la realtà prima di giudicarla.


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venerdì 22 gennaio 2010

gennaio 2010: recensioni, interviste, live and others

intervistati:
non è stato semplice. tra impegni in giappone (lui), telefonate (io), contrattempi di vario genere.

grande disponibilità. quelli de la casa del vento - mai scontati, sempre attenti - meritano maggiore attenzione.


visti dal vivo:
## young jazz is back in town, @ auditorium parco della musica, roma 17 gennaio, fila 17, posto 17 (io) e 19 (ale). a guidi voto 6,5 (a volte non lo capisco) a petrella voto 9 (a volte mi esalta)
## zu, @ circolo degli artisti, roma 14 gennaio, con max di rockshock.it
quando ti aspetti qualcosa in più (http://www.rockaction.it/e107_plugins/content/content.php?content.1017)

recensioni:

setting sun: fantasurreal

quitzow: juice water

humpty dumpty: pianobar della fossa

hamlet: la puta y el diablo
artisti vari: clows and jugglers - tributo a syd barrett

primochef: bouganville

francesco diodati neko: purple bra

kurt rosenwinkel standard trio: reflections

max ionata quintet: inspiration

pubblicati su jazzit#56
fabrizio savino: metropolitan prints / cristina sartori: illegalove / jacopo martini: il volo di renata


qualche votazione:
l'isola classifica italia 2009

rockaction top album 00

letti (di musica):
vasco brondi: cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero - voto: n.a.

nick hornby: tutta un'altra musica - voto: 7,5


domenica 27 dicembre 2009

Un anno di concerti e interviste su aaj italia: 2009


Un anno di recensioni su aaj italia: 2009


23-12-09
Franck Taschini R.O.G. (La note bleue productions) di Roberto Paviglianiti
17-12-09
Jason Stein In Exchange for a Process (Leo Records - distr. IRD) di Roberto Paviglianiti
14-12-09
Mickey Finn + Cuong Vu Gagarin! (El Gallo Rojo) di Roberto Paviglianiti
04-12-09
Steve Davis Eloquence (Jazz Legacy Productions) di Roberto Paviglianiti
01-12-09
Dino Acquafredda Quintet On the Line (Philology - distr. IRD) di Roberto Paviglianiti
27-11-09
Jack DeJohnette - John Patitucci - Danilo Perez Music We Are (Golden Beams - distr. Egea) di Roberto Paviglianiti
26-11-09
The Fonda - Stevens Group Memphis (Playscape Recordings) di Roberto Paviglianiti
19-11-09
Joe Morris Quartet Today on Earth (AUM Fidelity Records - distr. Goodfellas) di Roberto Paviglianiti
16-11-09
Riccardo Fioravanti - Lara Iacovini In Mood of Chet (Music Center) di Roberto Paviglianiti
29-10-09
Stefano Bollani Stone in the Water (ECM - distr. Ducale) di Roberto Paviglianiti
23-10-09
Schweizer Holz Trio Love Letters to the President (Intakt Records - distr. IRD) di Roberto Paviglianiti
15-10-09
Michele Polga Clouds Over Me (Caligola Records - distr. IRD) di Roberto Paviglianiti
12-10-09
Small Band First Flight (Abeat Records - distr. IRD) di Roberto Paviglianiti
29-09-09
The October Trio + Brad Turner Looks Like It’s Going to Snow (Songlines Recordings - distr. IRD) di Roberto Paviglianiti
23-09-09
Chris Pasin Detour Ahead (H2O Records) di Roberto Paviglianiti
22-09-09
Antonello Sorrentino S. T. Quintet Blog (Wider Look) di Roberto Paviglianiti
21-09-09
Trio di Roma 33 (EmArcy - distr. Universal) di Roberto Paviglianiti
17-09-09
Jacám Manricks Labyrinth (Manricks Music Records) di Roberto Paviglianiti
16-09-09
David Berkman Quartet Live at Smoke (Challenge Records - distr. Egea) di Roberto Paviglianiti
14-09-09
Fabrizio Sferra Trio Rooms (EmArcy - distr. Universal) di Roberto Paviglianiti
28-07-09
Guilherme Monteiro Air (Bju Records) di Roberto Paviglianiti
22-07-09
Gruppo Q Live in China (Radio SNJ records) di Roberto Paviglianiti
16-07-09
Tom Scott Cannon Re-Loaded: An All Star Celebration of Cannonball Adderley (Concord Records - distr. Universal) di Roberto Paviglianiti
08-07-09
Pippo Matino Joe Zawinul Tribute (Wide Sound - distr. Egea) di Roberto Paviglianiti
02-07-09
Vassilis Tsabropoulos The Promise (ECM - distr. Ducale) di Roberto Paviglianiti
01-07-09
Wasabi Wasabi (Picanto Records - distr. Egea) di Roberto Paviglianiti
16-06-09
Miles Okazaki Generations (Sunnyside Records) di Roberto Paviglianiti
18-05-09
Magic Malik Orchestra Saoule (Label Bleu - distr. Egea) di Roberto Paviglianiti

giovedì 17 dicembre 2009

Intervista a Paolo Benvegnù: tutti i respiri che ho

di Roberto Paviglianiti e Ida Stamile

Abbiamo contattato Paolo Benvegnù a tre giorni dal concerto di Roma dello scorso 12 dicembre, l’ultimo di una lunga serie che ha consacrato il cantautore milanese, e la sua band omonima, come una delle realtà più importanti – per intenzione, stile, concretezza – del panorama indie italiano. Durante questi due anni ci sono state uscite discografiche,tour virtuali, compilation, riconoscimenti e brani prestati a voci più famose. Tempo di bilanci dunque, inevitabili, e di prospettive future, ancora incerte e da definire, organizzare e comprendere con estrema cautela.

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domenica 22 novembre 2009

Itinera: intervista a Onofrio Piccolo Jazzit #55

La label partenopea Itinera nasce nel 2004 dall’esperienza del Pomigliano Jazz Festival, ponendosi come obiettivo primario, prima ancora della vendita discografica, la divulgazione culturale delle proprie produzioni. Ne abbiamo parlato con Onofrio Piccolo, direttore artistico della realtà campana, il quale ci ha spiegato i motivi di una scelta coraggiosa.

Con il Festival di Pomigliano avete raggiunto traguardi importanti. Qual è il fine dell’etichetta discografica?
L’obiettivo è quello di documentare e promuovere la nostra attività culturale. A un certo punto della nostra storia abbiamo deciso di costruire un’etichetta che potesse valorizzare il lavoro fatto in questi anni, con il festival di Pomigliano e altre iniziative, e dare il giusto risalto a quelli che sono i talenti campani; musicisti che non sempre trovano uno spazio adeguato nel panorama nazionale, ma che hanno una loro forza artistica da esprimere.

Quanto è dura la vita di una label indipendente in Italia?
Durissima. Noi viviamo perché siamo partiti con un intento culturale più che esclusivamente commerciale. Convinti che la valorizzazione, nel tempo, possa essere un segno riconoscibile e la strada per conquistare uno spazio e una credibilità a livello nazionale.

Siete nati negli anni della rivoluzione internet legata alla fruizione musicale. Una scelta per certi versi coraggiosa.
Certamente. Anche se il nostro è un lavoro basato sulla produzione musicale più che sulla produzione discografica. Il mercato cambia, ma sicuramente rimane l’interesse verso la musica. In tal senso stiamo riorganizzando il sito per sfruttare al meglio le opportunità che internet offre. La rete è un enorme risorsa per raggiungere posti lontani, infatti le nostre vendite in Italia e all’estero sono praticamente della stessa entità. Questa rivoluzione può favorire i piccoli produttori che puntano sulla qualità.

Pensi che tra qualche anno esisterà ancora un mercato discografico, inteso come vendita di supporti fisici?
Per quel che riguarda il jazz sì. Chi ama questa musica ama anche il supporto. La cosa non mi preoccupa, il problema è di chi si è appiattito sul mercato discografico, noi abbiamo più l’idea di essere produttori di musica.

Il catalogo di Itinera inizia a prendere forma con 14 titoli a disposizione. Qual è la caratteristica di cui andare fieri, e dove c’è ancora da lavorare?
La nostra caratteristica principale sono le molte produzioni originali. Non pubblichiamo pacchetti già ideati, puntiamo molto nelle scelte, nei progetti, e favoriamo incontri tra musicisti in questo grande contenitore che continua a chiamarsi jazz, ma che ormai è difficile da definire. In questo modo stimoliamo artisti di diversa estrazione musicale e geografica, dando un contributo alla produzione creativa. D’altro canto dobbiamo migliorare sulla costruzione di un’attività dal vivo che possa far arrivare in maniera diretta la musica al pubblico. Se l’arte non è in grado di arrivare alla gente, perde di forza e significato.

Quando termina la lavorazione di un disco e lo ascolti per la prima volta, a quale elemento presti maggiore attenzione?
Principalmente all’impatto emotivo e poi alla qualità sonora. Credo nella freschezza delle esecuzioni più che al perfezionismo tecnico, anche se è chiaro che la qualità di registrazione deve essere sempre alta.

In studio come ti relazioni con i musicisti?
Cerco di creare un’atmosfera positiva e di far dare il massimo ai musicisti. Questo è possibile solo se c’è armonia. La lezione di Miles è sicuramente sempre da seguire.

Cosa vi differenzia dalle altre label del vostro settore?
Non amo parlare di cosa fanno gli altri, ognuno fa le sue scelte, ma posso dire che noi non seguiamo le mode. Leggendo i cataloghi di altre etichette vedo che ci sono spesso scelte di comodo, progetti che guardano e ammiccano al mercato e al facile ascolto. Noi, pur credendo che sia fondamentale fare cose per farle ascoltare non solo a noi stessi, in qualche modo cerchiamo sempre un grado di rischio in quello che facciamo.

Itinera nasce dall’esperienza del festival di Pomigliano Jazz. Qual è concretamente il rapporto tra le due realtà?
È un rapporto di causa-effetto. L’etichetta nasce dal lavoro fatto nel festival, ma la nostra intenzione è sempre stata di tenere le due realtà su binari paralleli. È chiaro che lo spirito è molto simile, ed entrambe sono spinte da un comune senso di divulgazione culturale, ma nelle intenzioni devono vivere di vita propria. Il festival è libero di programmare le cose più giuste, e le produzioni di Itinera non per forza devono entrare nel cartellone del festival, tranne quando lo riteniamo opportuno.

Organizzare una rassegna jazz in Campania: pro e contro.
Di positivo c’è che Napoli è un luogo simbolo della musica nel Mondo. C’è un background musicale stratificato e pieno di commistioni culturali e artistiche. C’è una grande ricettività e il pubblico, quando ci sono buone proposte, risponde in massa. Chiaramente le difficoltà sono quelle di un’impresa che vive in un contesto complicato, sia dal punto di vista istituzionale che territoriale. Non c’è possibilità di programmare in largo anticipo le attività da svolgere e questo crea un notevole handicap a livello promozionale. Abbiamo negli anni costruito una serie di rapporti internazionali che a volte non riusciamo a rispettare proprio per questi motivi. Limiti e vincoli burocratci ci tolgono molte possibilità di espansione. È un sistema che non funziona a dovere. Anziché supportare le attività, creano ostacoli.

I cartelloni dei festival jazz sono sempre meno coerenti con una precisa filosofia artistica.
Molto spesso vediamo festival che si lasciano andare ad attività di scambio, che non sempre sono culturali, ma sono solo di interesse. Non per fare i moralisti, ma nel nostro piccolo cerchiamo di mantenerci autonomi, senza forzature. Siamo uno dei festival che continua a proporre nel cartellone concerti difficili. Nell’ultima edizione, per fare un esempio, abbiamo avuto Antony Braxton sul palco. Questo modo di fare ci ha dato modo di toglierci qualche soddisfazione.

Riversate molte energie anche alle attività collaterali, come incontri, guide all’ascolto e workshop.
Certo. Facciamo un grande lavoro per avvicinare e ampliare il pubblico. Abbiamo un seguito giovane e di target diversificato, anche perché abbiamo organizzato molte attività parallele, come l’educazione all’ascolto nelle scuole, gratuita e aperta a tutti. Molte risorse sono dedicate alle attività di creazione del pubblico, soprattutto verso i non musicisti, e tutte queste attività di divulgazione ci hanno restituito una certa credibilità.

Nella storia del festival, qual è stato il concerto più importante?
Se devo citarne uno solo dico Chick Corea in trio acustico, nel 2001, davati a quasi 15000 persone. È stato un evento forte per la nostra immagine. Ha segnato una svolta da una fase di avvio a un consolidamento.

Chi tra i musicisti che frequentano le vostre produzioni potrà lasciare un segno? Nomi e cognomi, please.
Due pianisti: Franco Piccino, che ha debuttato con un disco in trio (“Lunare”, ndr) e l’anno prossimo uscirà con un piano solo di libera improvvisazione; e Francesco Nastro, con il quale collaboriamo da molti anni e meriterebbe di avere uno spazio pià ampio nel jazz i

Picanto: intervista a Sergio Gimigliano Jazzit #50

Nata sotto il segno del peperoncino

In un momento difficile per la discografia in generale e in particolar modo per le piccole label, andiamo alla scoperta della calabrese Picanto Records, una bella realtà che si sta facendo largo grazie alla determinazione, la voglia e il cuore del suo direttore artistico, Sergio Gimigliano. Il produttore/musicista ci ha raccontato da dove nasce e come sta muovendo i primi passi un progetto cha sa di sfida e che - a cominciare dal nome - ha il sapore eccitante della passione autentica.

Identificarsi nel peperoncino può avere diverse chiavi di lettura: qual è, delle sue proprietà, quella che più vi si addice?
Sicuramente quella d’essere stimolante e piacevolmente piccante. Così, come il peperoncino ha un odore inconfondibile e provoca una forte sensazione che stimola ai massimi livelli le papille gustative, noi della Picanto cerchiamo, attraverso i cd, di stimolare gli altri sensi: l’udito, ma anche la vista e il tatto (curando nel dettaglio la grafica e il packaging), al fine di solleticare quanto più possibile la fantasia di chi li ha tra le mani e sta per ascoltarli.
Il jazz, in quanto improvvisazione, è anch’esso piccante, e proprio come il peperoncino non sai mai, prima di assaggiarlo, quanto lo sia.

Quali sono le vostre radici e da dove prende forma la Picanto Records?
Siamo nati nel 2005 dall’esperienza organizzativa del Peperoncino Jazz Festival - rassegna itinerante che da sette anni si svolge in Calabria a luglio e agosto - e la sede è a Diamante (CS), in una regione in cui il collegamento con il peperoncino è culturalmente inscindibile; ecco il perché del nome.

Qual è l’obiettivo che vi siete posti all’inizio della vostra avventura, in un momento in cui l’importanza dell’etichetta discografica sembra ridotta ai minimi storici?
A dire il vero, in fase di ideazione della label, non abbiamo per nulla considerato questo fattore. Forse con un po’ d’incoscienza, ci siamo fatti spingere solo e unicamente dalla passione per questa musica incredibilmente viva e dalla nostra voglia di fare. La Picanto Records è nata con l’obiettivo di produrre qualcosa che ci rappresenti totalmente, e per noi che i cd li abbiamo sempre amati e collezionati, non c’era niente di più bello e interessante da fare.

I Radiohead hanno dato il via, in ambito pop/rock, al fenomeno del download a libera offerta o addirittura gratuito, bypassando completamente la figura della label. Come giudichi questo tipo di scelta? Pensi che un fenomeno simile possa farsi largo anche nel panorama jazzistico?
Guardiamo alla diffusione tramite internet con grande interesse e attenzione, considerandola un forte incentivo per avvicinare neofiti e giovani al grande universo della musica afroamericana. Allo stesso tempo, però, crediamo che il mondo del jazz, e della musica colta in generale, sia ancora lontano dal poter essere oggetto di un fenomeno analogo a quello che ha travolto il pop e un certo tipo di rock. Sta tutto nell’essenza stessa di questo genere e nel target del jazzofilo, che nella maggior parte dei casi è un appassionato con la a maiuscola e, in quanto tale, considera la musica un’opera d’arte e ne apprezza anche il supporto, le informazioni contenute nel booklet, la veste grafica e la qualità del suono.

Qualità di registrazione che viene troppo spesso messa in secondo piano, mentre gli album targati Picanto colpiscono per precisione e cura della sfumatura. Vale ancora la pena battere questo sentiero o il pubblico è destinato ad ascoltare lavori sempre più approssimativi?
Credo che valga sempre la pena puntare sulla qualità, qualunque siano le condizioni o le fasi storiche, lasciando da parte i numeri. Consideriamo i nostri cd delle vere e proprie “opere d’arte”; curiamo al massimo delle possibilità tutti gli aspetti (anche quelli che per altri sono secondari) e le fasi di realizzazione. Dalla direzione artistica, nel senso di scelta dei progetti da produrre, alle sessioni di ripresa, di missaggio e di mastering fatte con i giusti tempi, in studi di registrazione collaudati e curate da bravissimi ingegneri del suono. Penso all’idea grafica - riconoscibile e, quindi, riconducibile all’etichetta - e all’impianto fotografico del booklet; così come alla distribuzione nazionale e internazionale (Egea Distribution), a un ufficio stampa dedicato e un sito internet sempre aggiornato (www.picantorecords.com).
Siamo certi che gli appassionati meritino tutto questo, e dobbiamo a loro la possibilità di continuare a produrre buona musica.

Cos’è che fa la differenza tra un buon musicista e un artista che vale la pena produrre?
Difficilissimo rispondere. Non abbiamo mai pensato in termini prettamente commerciali. Noi produciamo ciò che ci piace e che ci trasmette belle sensazioni, tanto è vero che in passato, e continueremo a farlo, accanto ad artisti di fama nazionale e internazionale ne abbiamo prodotto altri poco noti - soprattutto giovani talenti - che ci hanno emozionato con la loro musica.

Puoi dirci il nome di un giovane del panorama jazz italiano sul quale puntare a occhi chiusi e perché?
Sono talmente tanti i giovani talenti che è veramente difficile rispondere. Mi viene in mente un giovane pianista di Lamezia di nome Francesco Scaramuzzino. Oltre a essere un musicista dotato di talento e sensibilità è, senza dubbio, anche un ottimo compositore, e con il suo Smaf Quartet vanta già molte collaborazioni importanti: Marco Tamburini, Tino Tracanna, Max Ionata, Achille Succi, Pietro Condorelli.

Tredici titoli che hanno tutta l’aria di rappresentare un’ottima base sulla quale poter costruire qualcosa d’importante: hanno un comune denominatore che li lega? Cosa ci dobbiamo aspettare nei prossimi mesi dalla vostra label?
Forse è ancora presto per rispondere. La label è ancora giovane, ma stiamo seriamente lavorando a un nostro suono. Ci piace pensare che da qui a poco la gente, ascoltando un nostro lavoro, dica: «si sente che questo è un cd Picanto». L’obiettivo è di poter scegliere sempre più i lavori da realizzare. Amiamo far confrontare musicisti italiani con artisti internazionali, così come abbiamo già fatto dando spazio a rappresentanti della nuova scena jazzistica newyorkese come Gregory Hutchinson, Xavier Davis, Danny Grissett, Quincy Davis, e protagonisti della scena europea tra cui Dedé Ceccarelli, Dominique Di Piazza, Nelson Veras, Manhu Roche. Il prossimo lavoro targato Picanto, che uscirà a gennaio 2009, va proprio in questa direzione: la scorsa estate l’etichetta - in collaborazione con il Peperoncino Jazz Festival - ha organizzato il tour e la relativa session di registrazione dei Tenor Legacy, quartetto piano-less nato dall’incontro di due tra i tenoristi più interessanti di casa nostra, Daniele Scannapieco e Max Ionata, con una delle sezioni ritmiche più richiesta al mondo, composta da Reuben Rogers al contrabbasso e dall’incredibile Clarence Penn alla batteria.

Dal punto di vista professionale, quanto è difficile organizzare eventi e promuovere progetti nel meridione?
Avendo avuto importanti esperienze professionali anche nel centro-nord della penisola, posso dire che le difficoltà nel Sud Italia sono molto maggiori e questo - senza scendere nei particolari - perché non esiste, nella maggior parte dei casi, la possibilità di una seria programmazione. L’amore per la nostra terra è, però, talmente forte da superare qualsiasi ostacolo. Attraverso il lavoro d’organizzazione d’eventi e di produzione discografica possiamo promuovere una terra meravigliosa, dandone un’immagine diversa e del tutto positiva.
E poi, spesso sono le cose difficili da realizzare le più belle e interessanti, quelle che ti danno più soddisfazione e maggiori stimoli. A pensarci bene, probabilmente anche l’etichetta è nata come una sorta di sfida.

Dodicilune: intervista a Gabriele Rampino jazzit #48

L’amore per la contaminazione, la cura della qualità sonora e una veste grafica dal taglio giovane, sono alcuni degli elementi che caratterizzano i dischi targati Dodicilune: scopriamo, insieme al direttore artistico dell’etichetta leccese Gabriele Rampino, da dove nasce e come si evolve un progetto che trova la propria forza creativa dall’unione di concetti come eleganza e modernità.

«Il fenomeno del download illegale è una piaga rivelatrice della profonda inciviltà anche di molti sedicenti intellettuali».

1) La storia della Dodicilune inizia nel 1995 con una registrazione del pianista classico Francesco Libetta su un pianoforte d’epoca (Bechstein, 1875), e con una serie di lavori legati alla musica sinfonica: come si è spostata la vostra attenzione verso le sonorità d’estrazione jazzistica?
L’inizio nel settore della musica colta deriva dalle nostre frequentazioni di quegli anni, e dalla attività di registrazione che all’epoca effettuavamo con vari ensemble e con le Istituzioni Orchestrali. Ma in realtà abbiamo sempre ascoltato e vissuto il jazz; condiviso del jazz lo stato mentale, eternamente “work in progress”, e la sua urgenza creativa ed espressiva. Il passaggio è stato quindi naturale.
Oggi questa scelta, comunque aperta, è condivisa da me, che curo l’impostazione editoriale, e da Maurizio Bizzochetti che rappresenta la vera spina dorsale di Dodicilune.

2) Fate della contaminazione e della visione musicale a 360° il vostro biglietto di presentazione; quali sono le musiche (im)possibili che vi attraggono?
Il termine contaminazione è oggi abusato e forse fuorviante. A noi piace il concetto di visione a tutto tondo, un ciclo intero e continuo che il nome Dodicilune, esplicitamente ispirato al lavoro “Twelve Moons” di Jan Garbarek, suggerisce. Una ricerca di musica nuova, sulla quale s’innestano i flussi di tutte le culture, che attinga alle diverse sorgenti e diventi possibile. Ci attrae la musica di chi ha assimilato a tal punto le culture “altre” da suonare qualcosa di proprio, di nuovo, nel cui dna ci siano tutte queste paternità. Gismonti, Sakamoto, Garbarek, Zawinul, Piazzolla, Ogerman, Miles: prova a shakerare e vedi se ti piace.

3) Da dove nasce l’amore per la qualità del suono? Quanto conta nella vostra produzione il dettaglio, la sfumatura?
L’amore ed il rispetto per il suono (e il silenzio), in quest’epoca low-fi, è fondamentale. Nasce dalla sensibilità per l’attesa, la sorpresa, il dettaglio, la nuance.
La qualità del suono è una vera e propria necessità, direi fisiologica. Spero si veda, nella nostra produzione, l’attenzione al dettaglio d’ogni genere e la cura riservata ad ogni singolo aspetto produttivo: dalla genesi dell’idea alla registrazione, fino alla realizzazione del prodotto finito.

4) I dischi che pubblicate sono immediatamente riconoscibili per via di una grafica ben impostata e peculiare. L’ascolto di un buon album inizia con l’osservazione della sua copertina, da quello che evoca e trasmette?
L’estetica rappresenta la vera cifra distintiva d’ogni iniziativa culturale e in particolar modo dell’editoria. La grafica dei dischi, che noto con piacere è divenuta sempre più oggetto di vero e proprio culto, rappresenta il primo segno di riconoscibilità di una label.
Negli anni abbiamo maturato una linea grafica ed estetica credibile e riconoscibile, anche se non senza difficoltà, poiché è necessario il rispetto del ruolo del produttore, che legge e vede oltre l’artista nella scelta del significante e del significato.

5) Nel vostro catalogo convivono nomi di rilievo (Lee Konitz, Kenny Wheeler, Ares Tavolazzi, Stefano Battaglia) e molti musicisti italiani emergenti, sintomo che dimostra un’attenzione particolare verso le nuove realtà. Quanto credete alle reali possibilità del nuovo jazz italiano?
Molto. Ci sono tanti musicisti progettuali e preparati, anche se Dodicilune ritiene indissolubili qualità come progettualità, intensità e preparazione nel distinguere un talento vero da un ottimo strumentista.
Riceviamo moltissime proposte discografiche, e se da un lato ci sono davvero molti musicisti di livello mediamente alto, dall’altro quello che spesso manca è la progettualità. In questo senso deve supplire l’editore che abbia idee e sappia realizzarle.
Tuttavia, notiamo una grave discrasia tra la qualità discografica, che è tendenzialmente sempre più alta, e la staticità (per non dire la pesantezza) delle programmazioni dei festival e delle rassegne, dove i nomi sono sempre gli stessi, a parte qualche piccola eccezione, e dove i progetti originali latitano. E di questo ne soffre il musicista creativo, che si sforza di frequentare territori inattesi e nuovi.

6) La musica si sta spostando sempre di più sul web. Come vivete questo momento di passaggio fondamentale? Quali possono essere i vantaggi di un cambiamento così radicale, e quale scenario si aprirà nei prossimi anni davanti ai nostri occhi?
Gli scenari sono imprevedibili, anche perché se fossero come li prevede l’antropologo culturale o il sociologo dei media noi dell’editoria non dovremmo esser ottimisti. Tuttavia i vantaggi indubbiamente sussistono: immediatezza delle informazioni, raggiungibilità degli interlocutori e visibilità. Trovo che, a parte il fenomeno del download illegale che è una piaga rivelatrice della profonda inciviltà anche di molti sedicenti intellettuali, il web fomenti l’auto-produzione e in generale la polverizzazione dell’offerta e la sua inusitata espansione. Se Myspace costituisce un valido mezzo di comunicazione di sé e della propria attività, alla fine genera un ascolto frettoloso e scadente, penalizzando gli artisti veri, quelli che non credono che il numero di contatti e/o amici su Myspace costituisca il criterio di valutazione.
In ogni caso, se non si abusa dello strumento, i vantaggi sono evidenti. Ma il supporto serve e faremo di tutto per mantenerlo in salute, da buoni feticisti del disco e ancor più del vinile, verso il cui ritorno ci stiamo orientando, e che tecnicamente ed emotivamente resta di valore superiore al cd.

7) Sul vostro sito, oltre alla possibilità di acquistare tramite iTunes, invitate gli ascoltatori a pubblicare recensioni e commenti sui dischi della Dodicilune. Quanto è importante il coinvolgimento del pubblico per la buona riuscita di un progetto come il vostro?
Il processo di fidelizzazione del cliente è fondamentale, in quanto permette di ovviare al naturale gap economico-strutturale che Dodicilune, come le altre indies, soffre rispetto alle major, specie per marketing e promozione. Abbiamo un pubblico affezionato e sempre più numeroso che ha apprezzato la cifra stilistica dell’etichetta e sostanzialmente sa cosa compra, sa che ci muove solo e soltanto la passione, e mai il calcolo. È sicuro di trovare un prodotto di qualità sotto ogni aspetto e che l’oggetto che ha in mano va oltre il concetto di mero intrattenimento: un disco Dodicilune non fa parte di un business plan, ma di un programma di ricerca a lungo termine.

8) Quali sono i progetti più interessanti per la prossima stagione?
Dodicilune inizierà una serie di progetti originali, un po’ alla Hal Willner, commissionando la composizione e la successiva registrazione di opere dedicate a un fenomeno artistico, ad un personaggio della cultura tout court, e così via.
Tra i dischi in uscita mi piace ricordare il nostro 50^ titolo in catalogo, “Stupor mundi” del Pierluigi Balducci Ensemble con Luciano Biondini e il Quartetto Dark, legato ai temi della cultura federiciana che in Puglia è molto radicata ed esprime una specie di melting pot culturale ante litteram che, debitamente aggiornata, vuole essere l’elemento distintivo della Dodicilune.
Ma non solo: Roberto Ottaviano con Pinturas; Ares Tavolazzi con Stefano Bollani e soprattutto “Ethos” del quartetto d’archi Alborada, con Paolo Fresu, Rita Marcotulli, Maria Pia De Vito e altri ospiti.
Abbiamo anche ideato alcune nuove linee editoriali, come Koiné, legata al mondo della vocalità vicina al jazz, ma aperta alla voce come modalità espressiva in quanto tale; e NeXt, nel nostro disegno un ponte creativo e sperimentale tra elettronica e jazz, con un design e un packaging sempre più ricercati.

martedì 3 novembre 2009

Stefano Bollani: intervista

Bollani è in Brasile. È in viaggio, in TV, in radio, Bollani è su Topolino. Con tutti i Bollani che ci sono in giro siamo riusciti ad acciuffare quello targato ECM. Il suo Stone in the Water non contiene nessun messaggio subliminale in riferimento all'acqua frizzante, è il nuovo lavoro realizzato con i musicisti danesi - Jesper Bodilsen, contrabbasso e Morten Lund, batteria - per l'etichetta di Manfred Eicher.
È anche l'ottimo pretesto per un'intervista, dove oltre a percorrere strettoie inevitabili, come il disco in questione, si prende volentieri il largo di una carriera già esemplare, ricca di avvenimenti importanti e aggrinzita, ma giusto un po,' da un rifiuto incassato con l'ironia che accompagna Bollani in ogni cosa, in ogni sua incarnazione.


All About Jazz Italia: Facciamo questa intervista dopo diversi contrattempi, dovuti forse al fatto che avevo detto all'ufficio stampa che si trattava di "10 domande"?
Stefano Bollani: Dici che mi sono spaventato? (ride, ndr). No, ma siccome l'ultimo che gli hanno rivolto dieci domande c'ha dei casini pazzeschi, come si chiama? Berlusconi? Non saranno mica le stesse?
AAJ: No, sono riguardo alla tua attività di musicista.
S.B.: Allora va bene, ci sono.

leggi il resto su all about jazz italia:http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=4487

domenica 25 ottobre 2009

Casa del vento: Articolo Uno

«L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Lo conoscono anche i bambini delle scuole l’articolo 1 della nostra Costituzione. Ma sempre più adulti lo considerano un accessorio, un qualcosa di trascurabile, di relativa importanza.

E quelli della Casa del Vento non ci stanno. Il loro nuovo album in studio è completamente incentrato sulle attuali problematiche del lavoro in Italia: dalle tristi vicende della ThyssenKrupp, ricordate con incredibile sintesi in “7”, al frazionamento di un popolo che una volta lottava per difendere i propri diritti (“Primo maggio”), alle visioni realistiche di un momento storicamente difficile per i lavoratori nel nostro Paese (“Articolo Uno”).
leggi il resto su l'isola che non c'era http://www.lisolachenoncera.it/recensioni/?id=730

Kiss: Sonic Boom

Dopo trentacinque anni carriera si possono nutrire molti sentimenti nei confronti dei Kiss: simpatia, nel peggiore dei casi; rispetto, che va anche oltre i gusti soggettivi; ammirazione, per uno dei gruppi che ha maggiormente segnato la storia di questa musica.

Ma “Sonic Boom”, l’ultima produzione in studio di Paul Stanley e soci, proprio non riesce a convincere, in nessun senso lo si voglia intendere. Undici brani dove si respira la stessa aria fritta, composta da ritornelli ammiccanti, assoli di chitarra sparsi un po’ ovunque, inclinazioni buone per la sigla di una ipotetica serie tv, qualche caduta di stile prossima al pop più commerciale, e commercializzabile, possibile.

I nostri sembrano aver definitivamente perso quel mordente, quella scintilla interpretativa che in questo lavoro può essere lontanamente rintracciata nei brani di maggior spessore: “Russian Roulette” e “I’am an Animal”, seppur buoni, da soli non bastano per strappare un applauso che non va oltre la circostanza.

Quello che sulla carta poteva essere un ritorno in grande stile, altro non è che uno scialbo riempitivo di una carriera che ha conosciuto ben altri significati. Ammettiamolo: la frutta è servita.

venerdì 23 ottobre 2009

Syd Barrett: a little black book with my poems in

ricordo perfettamente il momento in cui ho letto sul televideo la notizia della morte di syd barrett. lo ricordo semplicemente perché mi è venuto da piangere. per la prima volta ho pianto per uno sconosciuto. il giorno dopo ho iniziato ad appuntare su dei post it le idee, i sentimenti, per un pezzo commemorativo. quando vincenzo martorella mi ha chiesto se volevo fare un pezzo per muz magazine, l'articolo era praticamente pronto per il numero di luglio 2006.

wish you were here
Uno strano scherzo del destino ha voluto che l’esibizione al “Summer Festival”di Lucca, tenuta lo scorso 12 luglio da Roger Waters (con ospite Nick Mason durante “Dark side of the moon”), si trasformasse in un inatteso e sofferto tributo a Syd Barrett.
La sua morte, annunciata proprio il pomeriggio precedente, traccia un segno marcato nell’affascinante storia dei Pink Floyd, e lascia un vuoto incolmabile carico di rimpianti.
Sono passati quaranta anni dagli esordi nell’underground londinese, e la genialità di Syd, che innescò un moto perpetuo all’interno del suo gruppo, ancora oggi si riflette nelle strutture sonore di un vasto panorama musicale, che continua ad idealizzare quelle intuizioni che hanno reso il pazzo diamante una figura decisiva della cultura psichedelica, e non solo. Un personaggio unico nel suo genere, del quale, quando c’è da stilare l’elenco dei più grandi di sempre, si parla raramente; ma senza di lui alcuni aspetti dell’arte musicale sarebbero sicuramente rimasti inesplorati o quantomeno rimandati.

interstellar overdrive
Il periodo barrettiano, all’interno dei Pink Floyd, è durato una manciata di singoli e praticamente un solo album, “The piper at the gates of dawn” (1967); contenitore ineguagliato di trovate e slanci fluorescenti, eletto da fans e critici come uno dei manifesti dell’intera scena psichedelica e totalmente partorito dalla mente di Syd. L’irregolarità espressa nella forma canzone, la particolare dilatazione di spazio e tempo, la circolarità del suono e l’apparente disordine nella concezione dei brani, rendono lo stile visionario di Barrett affascinante ed allo stesso tempo inquietante, testimonianza tangibile di una lucida follia, che sfociò, purtroppo, nel suo dramma personale. Pochi mesi gli sono bastati per dare un nome ed una forza alla sua creatura, un marchio di fabbrica indelebile che ha contraddistinto i Pink Floyd durante la loro lunga carriera, fatta di molte luci e poche ombre, di sogni e drammi, ma perennemente accompagnata dall’anima del loro leader. Le abitudini ed i suoi atteggiamenti sono finiti spesso nei testi della band, il suo sperimentalismo ha continuato a scorrere nelle armonie pinkfloydiane in modo più o meno esplicito, ma comunque sempre molto caratterizzante.

vegetable man, where are you?
La dieta a base di Mandrax ed acidi lisergici, non ha fatto altre che velocizzare il processo d’autodistruzione, che, a volte, ha assunto i tratti di una consapevolezza disarmante. Il carattere introverso e distante dai canoni della pop star lo ha portato, proprio quando la carriera era sul trampolino di lancio, al crollo mentale; imbrigliato in schemi e procedure dalle quali non si sarebbe mai riuscito a tirare fuori. Le scene mute durante gli shows televisivi del primo tour in america, la catatonica presenza nelle interviste, e soprattutto l’incapacità di portare avanti un discorso insieme agli altri componenti della band, spinsero il gruppo verso un primo utopistico momento di formazione a cinque, con l’aggiunta di David Gilmour, e successivamente all’estromissione definitiva di Syd. I tentativi generosi di una carriera solista (decisa principalmente dai discografici, che ritenevano inconcepibile la band senza Barrett), e gli sforzi produttivi proprio dei suoi ex colleghi, lasciano ai posteri due album anemici e svogliati, “The madcap laughs” e “Barrett” del 1970, dove si può ascoltare la sua voce indecisa e priva dell’usuale elettricità, in un contesto vagamente paradossale. Una prova estrema, e quasi dovuta a chi gli era intorno, ma che non ha fatto altro che mettere la parola fine ad una breve e controversa vicenda artistica. Di lui rimane l’immagine di quello sguardo, perennemente enigmatico, velato di tristezza e pieno di un’inarrestabile pazzia. La fuga da se stesso, la crisi esistenziale, il rifugio nella vita solitaria in campagna, lontana dalle luci accecanti della celebrità, sono la conferma del completo rifiuto della propria persona. Nascosto dagli sguardi della folla, nulla poteva sembrare pericoloso e niente poteva raggiungerlo, mentre tutto scorreva distante, continuando a vivere in quei luoghi sognanti descritti nelle sue fiabe surreali.

like black holes in the sky
I Floyd non hanno mai cessato di manifestare il loro affetto verso Barrett; a cominciare proprio da quel Roger Waters che sembra essere stato il promotore principale dell’accantonamento dalla band (vicenda mai troppo ufficializzata), che non ha mai mancato l’occasione, fin dal primo tour solista di Radio KAOS (1987), di ricordarlo attraverso la proiezione del filmato di “Arnold Layne”, e le immancabili dediche prima dell’attacco di “Shine on you crazy diamond”. Dal canto suo anche David Gilmour, amico d’infanzia e, di fatto, colui che ha preso il suo posto all’interno del gruppo, ha spesso trovato il modo si sottolinearne il profilo prettamente artistico e musicale, riproponendo ed arricchendo dei suoi brani, basti pensare alla splendida “Dominoes” targata 2002. Questi sono solo alcuni degli esempi recenti che hanno contribuito alla creazione della mitologia su di lui; alla sua sfuggente figura, a quegli occhi persi nel vuoto come buchi neri nel cielo, che portano dritti alla mente, al pensiero geniale ed astratto.

I’ll see you on the dark side of the moon
Syd Barrett scrisse, in maniera spiazzante, il suo inquietante testamento musicale nel testo di “Jugband blues”, il brano inserito alla fine di “Saucerful of secrets” (1968); frasi del tipo: “E’ molto cortese da parte vostra pensarmi qui, e vi sono molto obbligato per aver chiarito che io non sono qui”, lasciano oggi un eco agghiacciante sulla consapevolezza del proprio destino. Un uomo morto due volte, un personaggio che solo ora potrà prendere il suo meritato posto tra gli immensi nel firmamento, tra John Lennon e Jimi Hendrix ci piace pensare che nascerà una nuova fonte di luce… continua a brillare pazzo diamante!

mercoledì 21 ottobre 2009

Paolo Fresu: intervista

Una storia apparentemente normale

È veramente difficile tenere il discorso fermo su un unico punto quando dall’altra parte del telefono c’è Paolo Fresu, uno dei jazzisti italiani più apprezzati nel mondo, ma anche produttore artistico e - per dirla con le sue stesse parole - stimolatore culturale.Partiamo da “Think.”, il secondo capitolo musicale con Uri Caine arricchito dalla presenza dell’Alborada String quartet, e lasciamo che la corrente ci trascini fino a parlare delle collaborazioni in ambito pop, dei festival, ai nuovi orizzonti del disco per ECM e all’autobiografia in uscita questi giorni, insomma, fino a esaurimento scheda.

leggi l'intervista su rockaction.it

Pippo Pollina: intervista + recensione Fra due isole

“Fra due isole”, l’album dal vivo che celebra i primi venticinque anni di carriera di Pippo Pollina, è un lavoro stupendo. Questo perché, oltre a essere una raccolta sufficientemente esaustiva dei brani più convincenti firmati dal cantautore palermitano, presenta una tessitura musicale pregiata, dovuta alla partecipazione degli oltre settanta elementi dell'Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Zurigo.



leggi l'intervista a pippo pollina su l'isola che non c'era

giovedì 1 ottobre 2009

Settembre: recensioni jazz

Fabrizio Sferra Trio: Rooms







http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=4289
Primo album da leader per Fabrizio Sferra, batterista che insieme ai giovani - e già ben rodati - Francesco Ponticelli (contrabbasso) e Giovanni Guidi (pianoforte), forma una realtà fisicamente coriacea, con i piedi ben piantati nelle coordinate del piano-trio, ma mentalmente pronta a farci viaggiare, e pensare, con leggerezza e fantasia.

David Berkman Quartet: Live at the Smoke

Sono i migliori momenti scelti da cinque set registrati nell'estate 2006, allo Smoke Club di New York, a comporre il materiale di questo Live at Smoke del David Berkman Quartet. Nelle note di copertina è lo stesso pianista a descrivere la sua passione per i jazz-club come lo Smoke: luoghi magici, dove la musica prende corpo e si dipana attraverso la passione del pubblico, dando vita a un'alchimia elettrizzante e sempre diversa.

Jacam Manrycks: Labyrinth

Jacám Manricks costruisce il suo labirinto sonoro con la voglia di condurci attraverso un viaggio originale, certamente sofisticato e stimolante.

Trio di Roma: 33

Chissà se Danilo, Enzo e Roberto, tre ragazzi che molti anni fa si riunivano in casa per suonare e divertirsi, pensavano di poter diventare un giorno, rispettivamente: Rea, Pietropaoli e Gatto, ovvero tre pilastri della scena jazzistica nazionale, e non solo.
Antonello Sorrentino: Blog









http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=4327
S'intitola Blog l'esordio discografico dell'S.T. Quintet capitanato dal trombettista Antonello Sorrentino e, proprio come in una sorta di bacheca virtuale, racchiude una serie di argomenti musicali di diversa natura, commentati e sviluppati in maniera mai scontata.
Chis Pasin: Detour Ahead







Detour Ahead segna il ritorno sulle scene, e paradossalmente anche l'esordio come leader, di Chris Pasin, trombettista di Chicago che diversi anni fa preferì allontanarsi dalla carriera jazzistica per dedicarsi completamente alla famiglia. Scelta lodevole, anche se (vista dalla parte dell'ascoltatore) si è trattato di un peccato, dal momento che questa registrazione è un'autentica delizia.

The October trio + Brad Turner: Looks Like It’s Going to Snow




«Moods and Colours of a Vancouver Autumn». Sì, potrebbe essere questa frase, scritta tra le note di copertina da Greg Buium, a fotografare l'attitudine dell'October Trio. Potrebbe, appunto. Perché se da una parte il suono di Looks Like It's Going to Snow rispecchia i colori tenui di uno scenario nordico, limpido e malinconico, dall'altra mette in mostra una nutrita varietà di situazioni che fanno venir in mente tonalità più accese, vive.