mercoledì 7 luglio 2010
Intervista a Roberto Gatto
Pubblicato: July 6, 2010
di Roberto Paviglianiti [Posta un commento] Commenta [Stampa] [Invia questo articolo per email] [Iscriviti]
Quando Roberto Gatto mette giù la cornetta il nostro registratore segna venti minuti e zero secondi, spaccati. Un lasso di tempo sufficiente per saperne di più sulla sua ultima uscita discografica Remembering Shelly, un omaggio al batterista Shelly Manne; fare quattro passi attraverso una storia importante, quella del jazz italiano degli ultimi trent'anni; dare un'occhiata al presente e curiosare nel cantiere di qualche progetto futuro. Insomma, venti minuti passati dentro la musica.
All About Jazz Italia: Un batterista che omaggia un altro batterista rileggendone alcune pagine importanti. Cosa ti ha portato a dar vita ad un progetto come Remembering Shelly e in che modo hai cercato di riproporre la musica di Manne in maniera originale?
Roberto Gatto: È un omaggio alla musica del quintetto di Shelly Manne, non direttamente a Shelly Manne. È un modo per riproporre un repertorio che nessuno prima di me aveva mai riproposto. Quello di una band che era in attività tra il 1959 e il 1961 e che proponeva brani originali scritti dai vari componenti del gruppo. L'idea era quella di suonare una serata di standard senza suonare degli standard (il disco è stato registrato dal vivo all'Alexanderplatz di Roma, N.d.R.). Non so se sia originale o meno, ma un musicista di jazz contemporaneo, visto che suona questa musica, ha il dovere di ricordare e riproporre repertori dei grandi della musica del jazz. L'ho fatto con Miles, ora con Manne e lo continuerò a fare. È come dire: «che originalità c'è nel riproporre la Quinta di Shostakovich dopo 75 anni che è morto?». Eppure continuano a suonarla. Il jazz è come la musica classica; il jazz del periodo di Manne lo si può continuare a suonare ad libitum, altrimenti se si dimentica quel tipo di provenienza si perde il filo del discorso.
AAJ: Qual è il punto di contatto tra te e Shelly Manne dal punto di vista prettamente batteristico? C'è qualcosa che vi rende simili?
R.G.: Trovo di sì, e questo l'ho scoperto strada facendo. Lui era un arrangiatore e compositore, un musicista che spaziava da Ornette Coleman a Bill Evans, alle grandi orchestre. Era molto curioso e suonava in molti contesti: era un musicista. Credo di essere un musicista prima che un batterista, e lui era uno dei batteristi più musicisti del suo periodo e ha lasciato molte documentazioni di questa versatilità, attraverso dischi molto diversi: dal trio di Sonny Rollins alla musica d'avanguardia, al duo con André Previn fino a tutto il jazz californiano. È la versatilità la cosa che mi accomuna a lui, sicuramente.
AAJ: Hai dovuto trascrivere l'intero repertorio in mancanza di spartiti. Quanto hai impiegato per gettare le basi per questo progetto?
R.G.: Circa un mese e mezzo, con molta calma, nei ritagli di tempo. Quel quintetto suonava una musica organizzata e strutturata, con l'idea di una piccola big-band, come molti dei gruppi di quel periodo. Ho addirittura chiesto agli amici della moglie di Shelly Manne se esistevano partiture del quintetto, invece mi hanno detto che non c'era niente, quindi evidentemente loro provavano e registravano così, abbastanza all'impronta. Erano tutti dei super professionisti, assimilavano presto il repertorio e suonavano a memoria. Siccome da nessuna parte si poteva rintracciare qualcosa di scritto, mi sono dovuto mettere lì a trascrivere; un lavoro anche divertente tutto sommato.
AAJ: In Remembering Shelly i musicisti che hai scelto hanno espresso al meglio le proprie potenzialità. In che modo un leader riesce a coinvolgere e trarre il massimo dai componenti di una band?
R.G.: Facendoli appassionare. Essendo tutti giovani, per loro è stata una scoperta. Sembra incredibile, ma alcuni non avevano mai sentito nominare i musicisti di quella band. Per esempio Max Ionata non conosceva Richie Kamuca, che è stato uno dei migliori saxofonisti della West Coast, dicendo: «come è possibile che suono il tenore, studio Rollins e Coltrane e non conosco un super saxofonista come questo?». Li ho messi di fronte a una musica che non conoscevano, si sono appassionati, perché è un bellissimo repertorio, suonato con grande swing, grande freschezza. È una musica molto divertente, quando poi l'abbiamo tradotta dalla carta alla dimensione suonata ci siamo accorti che ancora adesso funziona benissimo. I ragazzi si sono poi documentati, sono andati a vedere tutte le cose che ci sono su internet, dove si possono trovare filmati di pezzi mai registrati. Ho chiesto loro di realizzare un tributo il più possibile filologico, perché né si può prendere quel repertorio e cercare di riarrangiarlo (è una cosa folle dal momento che è arrangiato così bene), né di cercare di modernizzarlo in qualche modo. Bisogna suonare calandosi nell'atmosfera di quel periodo, ed era proprio quello che volevo. Non ho detto loro di fare una cover, ma di suonare in stile rimanendo se stessi. Che poi è quello che è uscito fuori. Il suono del disco è un suono riproposto dal vivo, molto asciutto, di una dimensione che mi riportava un po' a quegli anni. Voleva essere un tributo scientifico.
“Non mi piace il buonismo nella musica, eccedere in cose sdolcinate e ruffiane, voglio che ci siano sempre grande rigore e rispetto”
AAJ: Di recente, oltre alla pubblicazione di Remembering Shelly sei stato protagonista di altre uscite discografiche. Pensiamo al primo disco ufficiale dal Trio di Roma, con Danilo Rea e Enzo Pietropaoli. Che ricordo hai del jazz italiano dei vostri esordi?
R.G.: C'era molto poco jazz in quel periodo. C'erano pochi punti di riferimento, e immagino i giovani d'oggi quanto possano essere fortunati in questo senso, hanno tutto, qualsiasi supporto. A quel tempo i pochi musicisti che c'erano per noi erano fondamentali, per imparare e trarre ispirazione. Scena che non ha nulla a che vedere con quella di adesso. A Roma, per esempio, c'era un pianista, un contrabbassista, forse due batteristi, un trombettista: fine del jazz a Roma. In Italia c'era qualcuno a Milano e Bologna; era una scena povera, ma c'era un grandissimo entusiasmo. Poi c'è stato un periodo di crescita spaventosa, fino ai giorni d'oggi. Il periodo degli anni Settanta è stato il più difficile, perché non esistevano strutture. Umbria Jazz, se non sbaglio, iniziò nel '73, ed è stato il primo festival popolare, di massa, internazionale. Prima forse c'era solo il Festival Jazz di Sanremo, ma era un posto dove pochi, una piccola élite aveva la possibilità di andare. Quindi la nostra generazione ha dato la partenza a tutti. È stata una generazione importante la mia, di Danilo Rea di Pieranunzi, di Massimo Urbani. In quella attuale ci sono musicisti giovani che suonano già in maniera sorprendente.
AAJ: C'è qualcuno che ha catturato la tua attenzione?
R.G.: Ce ne sono diversi. In Italia c'è una scena di musicisti molto giovani, ne cito uno che ho avuto recentemente con me nei I-Jazz Ensemble: Alessandro Lanzoni, un pianista di diciotto anni che ha un talento straordinario, che di solito suona con un altro giovane interessante, il contrabbasista Gabriele Evangelista, toscano come lui. Metterei anche, seppur meno giovani, Max Ionata e Giovanni Falzone. All'estero c'è Brad Mehldau, che continua a essere tra i miei pianisti preferiti, Dave Douglas, ma anche Donny McCaslin e Chris Potter: non sono più giovanissimi, ma di iper-giovani c'è un fantastico chitarrista di New York che si chiama Johnathan Kreisberg, molto forte, e anche Mike Moreno, Aaron Parks e altri.
AAJ: Sei consapevole di essere una delle icone del jazz italiano di sempre?
R.G.: Gli anni iniziano a farmi capire questo fatto, anche se io sono assolutamente sempre a lavoro e in attività più di sempre, con l'entusiasmo anche maggiore di quando ero giovane. Però andando indietro mi rendo conto di aver fatto tanto. Non so se sono un'icona, ma sicuramente un punto di riferimento, credo e spero, importante per i più giovani.
AAJ: Un consiglio da dare a un giovane batterista?
R.G.: Questa musica si fa al meglio avendo grande passione, non esistono altre cose. Ho sempre detto che la passione è quello che ti fa fare un lungo viaggio per andare a sentire un concerto, cosa che io e altri abbiamo fatto, spendere quei pochi soldi che uno ha quando si è giovani per comprare dei dischi. Chiedendo consiglio ai grandi musicisti ed essendo sempre dentro alla musica, assorbendo tutto quello che c'è intorno al jazz, e c'è veramente tanto. È una musica che va studiata, non si vive solo il momento del concerto, è quanto uno gli dedica a livello di studio e di ricerca continua. Ascoltare e scoprire quelli che ci sono stati prima di noi, scoprire il jazz di una volta e tutti gli anelli di congiunzione tra un genere e un altro, i maestri che hanno fatto questa musica grande. Bisogna sempre farsi scattare una ottima dose di entusiasmo, perché senza di quello è molto difficile.
AAJ: Parliamo anche di The Music Next Door. Dal punto di vista compositivo, in un'altra intervista hai dichiarato: «a me piace che dai miei dischi esca la musica, il suono che cercavo mentre componevo». Descrivici il tipo di suono che è uscito da questo lavoro.
R.G.: È un suono di composizioni mie abbastanza intimista, tutto sommato. Mi piace scrivere avendo rispetto per la tradizione e per le grandi melodie, sono un musicista "romantico" e di conseguenza scrivo in maniera diretta verso la melodia. Allo stesso tempo mi piace suonare completamente free, senza forma, un po' come sono stato abituato a fare quando ho iniziato negli anni Settanta con qualche esponente del free jazz. Amo entrambe le strade, mentre non sopporto il buonismo nella musica, eccedere in cose sdolcinate e ruffiane. Ci deve essere sempre un grande rigore e un grande rispetto. In genere scrivo molto piu' di quanto finisco per registrare; sono abbastanza esigente quando scrivo e ho imparato negli anni a farlo sicuramente meglio di un tempo. Quindi quello che esce fuori dai miei dischi, in particolare da The Music Next Door, è un po' un viaggio. Quando uno inizia ad avere 50 anni ha assorbito tanta musica e quindi finisco per riproporre tutto quello che vorrei ascoltare andando a un concerto o ascoltando un disco. È un viaggio attraverso tutto, attraverso la storia del jazz, attraverso la canzone, il pop, il rock progressive, attraverso i cantanti italiani, i compositori di musica da film: c'è tutto questo nella mia sfera musicale, per cui arrivato a un certo punto non devo necessariamente preoccuparmi più di tanto, perché se anche non dovessi avere un'ispirazione saprei dove andare a pescare, come ho fatto in The Music Next Door, dove ci sono cose mie e cose di repertori molto diversi. Questa è una strada che paga sempre e che percorrerò anche nei prossimi dischi.
AAJ: Proviamo dunque a ipotizzare il futuro. Qual è l'idea che vorresti portare a compimento, da qui a dieci anni?
R.G.: Ho diversi progetti. Negli ultimi tre anni ho fatto tanto. Quindi continuerò a lavorate con l'ottetto I-Jazz Ensemble, con il quale realizzeremo un disco, e poi mi piacerebbe secondo capitolo del disco che ho fatto per L'Espresso sul rock progressive, ma con un'etichetta e non in edicola. C'è tanta musica bellissima che ho dovuto lasciare da parte, penso sia il caso di fare un volume 2. Il prog mi sta molto a cuore. Per il momento mi sembra abbastanza, cerco sempre di mettere a frutto qualche idea quando ne vale la pena e quando sono sicuro di ciò che sto facendo.
AAJ: Da qui ai prossimi dieci minuti?
R.G.: Da qui a dieci minuti? (ride, N.d.R.). Non saprei, comunque io lavoro, ascolto musica e scrivo in continuazione. Stavo per uscire a fare dei giri, ma poi alla fine ritorno a casa, sto sempre con il computer acceso a guardare filmati storici, ascoltare musica: sono sempre dentro la musica.
Foto di Claudio Casanova
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lunedì 28 giugno 2010
giovedì 17 giugno 2010
The Shape of Jazz to Come? Piero Delle Monache
All About Jazz: Raccontaci come è andato il primo incontro con il sax e con il jazz.
Piero Delle Monache: Il sax è arrivato grazie a... una birra! A tredici anni mi sono innamorato della pubblicità della Heineken, quella in cui un sassofonista e un clarinettista suonano in un club. Sono rimasto affascinato da quel suono, da quel mood, dal fatto che intorno a due musicisti potesse crearsi una festa. Ho detto subito a miei che mi sarebbe piaciuto iniziare a suonare, e pochi giorni dopo mio padre ha scoperto che un suo collega aveva un alto in vendita. Incredibile, no? La passione per il jazz è nata dopo, grazie ai primi concerti ai quali ho assistito, ai primi dischi, e alle prime lezioni. Sonny Rollins on Impulse! è stata solo la prima, autentica, folgorazione.
AAJ: Qual è stato il tuo percorso di formazione e quando hai capito di essere diventato musicista a tutti gli effetti?
P.D.M.: Negli anni del liceo ho frequentato l'Accademia Musicale a Pescara. Poi nel 2001 mi sono trasferito a Bologna per l'università (triennale in Scienze Economiche), ma tra i tanti posti nei quali potevo andare ad abitare sono finito proprio davanti casa di Piero Odorici, e ovviamente è successo per caso. Inutile dire che ho passato molto più tempo da Piero, o alla Cantina Bentivoglio, o da Nannucci - un bellissimo negozio di dischi che ora non c'è più -, che in facoltà. Negli stessi anni ho seguito anche moltissimi seminari: Siena, Perugia, Roma, ed è lì che ho conosciuto molti dei musicisti con i quali suono tutt'ora. È in quel periodo che ho capito che la musica stava diventando anche una bella professione, che impegnandomi avrei potuto vivere della mia passione, e che in fondo io e l'economia avremmo volentieri fatto a meno l'uno dell'altra. Credo che il percorso di formazione non si interrompa mai veramente: prima o poi cambia forma, magari da studente diventi insegnante, aumentano i concerti e le responsabilità, ma la curiosità che ti ha spinto a cominciare resta sempre la stessa.
AAJ: Quali sono i progetti musicali che stai portando avanti?
P.D.M.: Sono in un periodo di passaggio, il mio trio italiano si è sciolto da poco e sto dando vita a un nuovo progetto, ma per ora non voglio anticipare nulla. Da quando vivo a Bruxelles (o meglio, da quando ho casa a Bruxelles, perché sono sempre in viaggio) ho anche un quartetto belga, con Nicola Andrioli al piano, Hendrik Vanattenhoven al contrabbasso e Mimi Verderame alla batteria. Sono davvero entusiasta di tutto il gruppo e degli ultimi concerti con questa formazione. Spero di portarla presto anche in Italia. Poi c'è FBJazz, che non è un gruppo ma un festival e un concorso. Sono stato incaricato della direzione artistica di questa bella iniziativa che si terrà a San Giovanni Teatino (CH) dal 26 al 29 luglio. Stiamo organizzando la prima edizione e dietro all'entusiasmo si nascondono anche tanto lavoro e un doveroso controllo dei dettagli. Il progetto è molto ambizioso, sono felice del modo in cui si sta sviluppando e della libertà con la quale posso dare il mio contributo.
AAJ: Il tuo mini-album Welcome documenta un certo rispetto per la tradizione jazzistica, ma anche la voglia di spostare in avanti le coordinate di un canone in mutamento continuo. Come si è sviluppato il progetto?
P.D.M.: Welcome è nato in un modo del tutto naturale. Quando abbiamo registrato, nel settembre 2008, avevo un trio (il Ja.ck) con Francesco Diodati e Alessandro Paternesi. Ero molto contento dei nostri concerti, ma sentivo che il gruppo non era ancora abbastanza maturo per entrare in studio, così ho pensato di allargare la formazione a un sestetto e coinvolgere anche Giovanni Ceccarelli, Matteo Bortone e Andy Gravish. In questo modo avremmo avuto a disposizione molti più "colori" e molte più soluzioni di arrangiamento e, nello stesso tempo, non ci saremmo trovati davanti ai problemi di una formazione bass-less.
AAJ: Solo sei brani raccolti in poco meno di mezz'ora. Scelta dettata da quale motivo?
| “Suonare è come chiacchierare con qualcuno: quando suono esprimo me stesso e mi piace l'idea di essere ascoltato e, nello stesso tempo, di ascoltare chi mi sta intorno e di fronte.” |
P.D.M.: La scelta del minialbum è dipesa da molti fattori, ma anche da esigenze "editoriali": Welcome, oltre che il mio primo lavoro da leader, è anche il primo numero del catalogo Altotenore. Come produttore artistico sentivo l'esigenza di dare da subito un carattere originale alla mia etichetta. Volevo un disco "leggero" in tutti i sensi, con un packaging moderno e insolito, un'immagine che avesse un impatto diverso da quello che generalmente hanno le copertine dei dischi di jazz, e un prezzo invitante (7,90 euro). L'immagine complessiva del prodotto mi sembravano perfetti per una mezz'ora di musica, ma non per un disco intero, così ho optato per questo formato lasciando fuori altri quattro o cinque brani che abbiamo registrato nella stessa session e che magari recupereremo più avanti. Questa fase di post-produzione è stata forse la più intensa e l'ho vissuta con lo spirito di un regista che, finite le riprese, riguarda tutto il "girato" e inizia a montare le scene e a scegliere quale peso dargli all'interno del lavoro. Se poi il regista è anche attore del film, bisogna valutare quale ruolo ritagliare per se stessi. Devo dire che sono molto soddisfatto del risultato finale, e soprattutto di quanto alcune scelte per così dire "rischiose" (come quella del formato breve, o di una scaletta nella quale i brani che vedono protagonista la mia voce strumentale sono pochi, o della "sorpresa" che chiude il progetto) si stiano rivelando molto piacevoli per il pubblico. Un'altra cosa che mi preme ricordare è che della produzione esecutiva si è fatta carico Banca Serfina, una giovane realtà abruzzese nella quale, per puro caso, ho scoperto che si nascondono due grandi appassionati di musica. Sono molto grato per quanto hanno fatto per me, e spero che la nostra collaborazione continui nel tempo.
AAJ: L'ultimo brano è la rivisitazione in chiave elettronica di "Miramare". Qual è il tuo rapporto con i suoni sintetici? Pensi che in futuro bisognerà spostarsi sempre di più verso questa direzione?
P.D.M.: Si tratta di un'opera di mio fratello Andrea, che nelle vesti di producer hiphop si fa chiamare Deli, e che qualche giorno prima che andassi in studio a Forlì per il mastering del disco mi ha fatto ascoltare la versione revisited di "Miramare". Dato che stavo cercando un contenuto extra per chiudere l'album, la sua idea mi è sembrata subito perfetta. Non si allontanava troppo dal sound delle altre tracce e nello stesso tempo proiettava il disco in un'altra dimensione. Quanto ai suoni elettronici, non credo che utilizzarli voglia dire essere moderni, e quindi la direzione giusta nella quale andare. Semplicemente, quando abbiamo registrato questo disco avevo voglia di quel sound. Ho chiesto a Giovanni (Ceccarelli, ndr) di suonare anche il Fender Rhodes e a Francesco (Diodati, ndr) di fare quello che fa sempre. E lui si è presentato in studio con la sua solita valigia di effetti.
AAJ: Quali sono gli aspetti sui quali vuoi concentrarti per progredire ulteriormente e i punti di forza del tuo modo di fare musica?
P.D.M.: In questo periodo sto lavorando molto sul ritmo. L'anno scorso ho avuto la fortuna di fare da assistente a Mark Turner durante un workshop a Roma, e la prima lezione avrebbe potuto intitolarsi "Tutto quello che avreste voluto sapere sul metronomo e non avete mai osato chiedere". Frequentare Mark è stato uno stimolo incredibile, è un insegnante fantastico e una bellissima persona. Quanto ai punti di forza... bella domanda! Diciamo che qualunque sia il contesto nel quale sto suonando (il palco di un club, o di un teatro, o uno studio di registrazione, o il salotto di casa di un amico), l'unica cosa che mi interessa davvero è la condivisione di quello che sto facendo. Per me suonare è come chiacchierare con qualcuno. Quando suono esprimo me stesso e mi piace l'idea di essere ascoltato e, nello stesso tempo, di ascoltare chi mi sta intorno e di fronte. In fondo, un concerto è come una cena tra amici, nella quale si passa da temi banali, affrontati comunque con coscienza, a momenti più profondi e intellettuali, ma che poi sfociano, quasi inevitabilmente, in una risata. Quando organizzo le scalette dei miei concerti, il mio intento è proprio questo: creare situazioni sempre diverse ma sempre vere. L'anno scorso dopo un concerto a Bruxelles con Flavio Boltro, un giornalista ha pubblicato una recensione nella quale definiva la mia musica "complessa ed efficace al tempo stesso". Ecco, mi piacerebbe che fosse sempre così.
AAJ: Se accendo il tuo iPod, cosa trovo in play?
P.D.M.: Ho un 4 giga, dunque non moltissimo spazio, ma c'è qualcosa che porto sempre con me: Glenn Gould, Pedrão (un musicista di Samba che io e la mia ragazza abbiamo scoperto a Lisbona l'estate scorsa), ovviamente moltissimo jazz, un paio di dischi del Radiohead, e i tre o quattro pezzi "leggeri" italiani che riescono sempre a farmi sentire meglio quando ne ho bisogno. Generalmente scelgo la musica da caricare nell'iPod in modo molto istintivo, ma ogni tanto mi fermo a pensare al perché certi dischi (magari stilisticamente diversissimi tra loro) restano lì dentro per mesi o anche per anni. Sicuramente ci sono vari parametri assoluti che superano i generi e che danno una logicità alle mie playlist e, spero, anche ai miei progetti.
AAJ: Nella tua vita, oltre che per la musica, quali altri interessi o passioni coltivi?
P.D.M.: Il cinema (soprattutto Woody Allen), l'arte moderna (Picasso, Mirò, Modigliani in primis), i viaggi e ultimamente la cucina. Tra l'altro ho scoperto che moltissimi musicisti amano cucinare, inventare qualcosa con quello che trovano in frigo, o inserire elementi presi a prestito dalla cucina orientale o africana nei piatti italiani. In fondo anche questo è jazz, no?
Foto di Hamilton Lake (la prima e la seconda), Ulisse Cipriani (la terza) e Bernard Rosenberg (la quarta)
Visita il sito di Piero Delle Monache.
giovedì 10 giugno 2010
venerdì 14 maggio 2010
The Shape of Jazz to Come? Federico Scettri
Nel suo presente però non c'è solo l'esperienza con l'ensemble del trombonista, ma una serie di iniziative e progetti che fanno pensare a un futuro tutt'altro che monotono
All About Jazz: Raccontaci come è andato il primo incontro con la batteria e con il jazz.
Federico Scettri: Ho iniziato a suonare presto, a circa quattro anni. Per gioco costruivo dei piccoli set con scatole e pentole, e li percuotevo con posate e mestoli da cucina. La mia passione per la musica la devo a mio padre, che insegnava organo al conservatorio, e alla sua immensa collezione di dischi di musica classica: quindi non ricordo di aver "iniziato" a interessarmi alla musica, c'è sempre stata!
Per quanto riguarda la batteria, ricordo che a circa sette anni andai a seguire una lezione e fui subito entusiasta. In seguito ebbi l'occasione di partecipare ai laboratori del pianista Ramberto Ciammarughi, che mi diede la possibilità di avvicinarmi all'improvvisazione e alla musica jazz. Ho continuato la mia esplorazione con un periodo di lezioni da Fabrizio Sferra e poi con Ettore Fioravanti, "Siena Jazz" e i laboratori di Stefano Battaglia, esperienza che ha cambiato radicalmente il mio modo di vedere la musica.
AAJ: Qual è stato il tuo percorso di formazione sul campo?
F.S.: Le mie prime esperienze le ricordo intorno ai dodici anni in alcune scuole di musica a Roma, e quindi i primi concerti con gruppi cover, soprattutto rock e pop. Molto importante è stato l'incontro con Derek Wilson, batterista attivo nella musica pop italiana, che negli anni mi ha trasmesso una forte disciplina sullo strumento e la capacità di avere "grandi orecchie" quando si suona. Durante il liceo ho poi approfondito la tecnica con un altro ottimo insegnante, Ettore Mancini, ma il momento più interessante è stato quando un paio d'anni dopo il liceo mi sono trasferito a Bologna, è lì che ho conosciuto e poi collaborato con tanti musicisti (ad esempio Domenico Caliri, Edoardo Marraffa, Antonio Borghini) che hanno "formato" il mio percorso e che mi hanno fatto ascoltare e conoscere la musica in maniera profonda.
AAJ: Quando hai capito di essere diventato musicista a tutti gli effetti?
F.S.: Durante il liceo la musica occupava praticamente tutto il mio tempo al di fuori degli studi scolastici, anche durante un anno intero in cui non potei suonare a causa di una forte tendinite a un polso. E così anche dopo la scuola: non ho fatto altro che suonare e affrontare le prime esperienze professionali, che mi hanno appassionato sempre di più alla musica e alla composizione, alla quale mi sono avvicinato da un po' di tempo.
AAJ: Quali sono i progetti musicali nei quali sei attualmente impegnato?
F.S.: I gruppi con cui collaboro sono molto diversi tra loro e in ognuno riesco a esprimere le mie idee, trovando il mio "posto" all'interno della musica: Orange Room, un sestetto condotto da Beppe Scardino; Pospaghemme, in duo sempre con Beppe Scardino; Headless Cat, in trio con Francesco Bigoni e Antonio Borghini; East Rodeo, un gruppo con i musicisti croati Alen Sinkauz e Nenad Sinkauz, insieme ad Alfonso Santimone; Jump the Shark, un quintetto diretto da Piero Bittolo Bon. Inoltre collaboro anche con il gruppo della cantante Patrizia Laquidara e con Funky Football, un progetto su Bretches Brew di Miles Davis condotto da Enrico Merlin.
| “Di sicuro la batteria si occupa spesso del groove, ma è soprattutto il suono che mi interessa: la qualità del proprio suono sullo strumento, indipendentemente dalla qualità della batteria o dei piatti!” |
AAJ: Mentre Coming Tomorrow: Part One con la Cosmic Band di Gianluca Petrella è l'ultimo lavoro a cui hai preso parte. Come è organizzato il vostro lavoro di squadra? Qual è il tuo ruolo specifico nei meccanismi del gruppo?
F.S.: Una band di dieci elementi è una formazione molto ampia e quindi l'elemento fondamentale è Gianluca Petrella, non tanto come direttore, quanto come organizzatore della musica. Il materiale scritto è molto aperto, perciò l'obiettivo sta nel dare una direzione alla musica nel senso della densità sonora, delle dinamiche, e degli eventi musicali durante il concerto.
Io, in particolare, non mi sento legato a un ruolo preciso. Di sicuro la batteria si occupa spesso del groove, ma è soprattutto il suono che mi interessa: la qualità del proprio suono sullo strumento, indipendentemente dalla qualità della batteria o dei piatti! Nel tempo e nei vari concerti che abbiamo tenuto ho cercato di coltivare la capacità di ascoltare quello che succede, recepire immediatamente ed essere molto reattivo. Questo non vuol dire che la musica deve essere sempre mutevole, ma che bisogna saper scegliere il momento giusto per far accadere qualcosa. In tal senso, un gruppo così numeroso offre molti stimoli.
AAJ: In che modo il batterista può liberarsi degli stereotipi che lo inquadrano "semplicemente" come portatore del ritmo per gli altri musicisti?
F.S.: Direi che la batteria è solo uno strumento, come lo è un sassofono o la voce o una chitarra. Di sicuro in molte tradizioni musicali la batteria e le percussioni sono strumenti dedicati più all'aspetto ritmico della musica. Penso sia solo una questione di scelta da parte delle persone. Esistono moltissimi esempi dove la batteria ha un ruolo melodico nel discorso musicale, lavorando più sulla tessitura sonora e timbrica, piuttosto che sulla scansione ritmica di ciò che suona. Ascoltare la musica classica dal primo Novecento in poi, ma anche lo studio dell'improvvisazione e della musica ad essa legata, mi hanno insegnato come tutti gli strumenti (e soprattutto quelli a percussione) possano essere esplorati e utilizzati in maniera del tutto creativa.
AAJ: L'esperienza con Gianluca Petrella ti potrà tornare utile per un eventuale progetto da leader?
F.S.: Mi ritengo molto fortunato a suonare con Gianluca sia sotto il profilo artistico che professionale, e di sicuro la sua personalità nella musica e sul palco mi ha insegnato molto: quando suoni "deve" succedere qualcosa, in quel momento. Un'esperienza del genere poi ha giovato anche sul piano della visibilità mediatica, e sono contento quando vedo che tanti musicisti mi conoscono e mi apprezzano proprio grazie al fatto che suono con Gianluca Petrella. Speriamo che questa carta in più porti dei frutti e non rimanga fine a se stessa! Visto soprattutto il periodo di "refrattarietà culturale" che stiamo vivendo. Vedo un certo rifiuto, da parte dei festival e degli addetti ai lavori, verso nuovi gruppi sconosciuti che se non fanno capo a un musicista già famoso non vengono quasi mai presi in considerazione.
AAJ: Quali sono gli aspetti sui quali vuoi concentrarti per progredire ulteriormente e i punti di forza del tuo modo di fare musica?
F.S.: Direi che la disciplina mi ha sempre aiutato a essere metodico nello studio. Quindi cerco di essere innanzitutto costante sia nella pratica dello strumento che nell'ascolto dei dischi e nella scrittura. Ho imparato nel tempo a non avere troppa fretta, a non bruciare le tappe. Non penso ci siano grandi segreti in questo senso: l'unico modo è impegnarsi e imparare a concentrarsi, magari anche su degli elementi molto semplici, ma cercando sempre di migliorarsi e di lavorare sui propri limiti.
AAJ: Se accendo il tuo iPod, cosa trovo in play?
F.S.: Di sicuro i Meters: ho comprato da poco il loro primo disco e Zigaboo Modeliste è stato una grande scoperta! Poi anche Quaristice un disco degli Autechre, un gruppo inglese di musica elettronica, veramente unici in quel genere. Poi Pretzel Logic degli Steely Dan, una mia grande passione. E ovviamente Such Sweet Thunder dell'orchestra di Ellington, una musica che ogni volta mi sorprende, e l'orchestra di Jimmie Lunceford: amo soprattutto la creatività dei batteristi di cento anni fa! Un grande maestro è per me Sergiu Celibidache che dirige la "Sinfonia n.9" di Bruckner, e grande ispirazione trovo nell'Ensemble Intercontemporain che suona Xenakis. Di recente mi hanno prestato un disco del Transatlantic Art Ensemble diretto da Evan Parker e Roscoe Mitchell: spaziale è dire poco.
AAJ: Nella tua vita, oltre che per la musica, quali altri interessi o passioni coltivi?
F.S.: Da qualche anno ho ripreso a leggere, cosa che ahimè ho praticato poco durante la scuola: letture piuttosto random, da Agota Kristof, a Brodskij, a Konrad Lorenz, a Jodorowsky. Mi fido molto dei consigli dei miei amici!
giovedì 13 maggio 2010
Fabrizio Savino: Stampo metropolitano
All About Jazz Italia: I brani di Metropolitan Prints hanno come tema ispiratore gli aspetti della città e le sue forme. Come nasce l'esigenza di raccontare in musica questi elementi?
Fabrizio Savino: Volevo racchiudere e raccontare in musica la mia esperienza passata. Ho viaggiato abbastanza per potermi formare artisticamente e questo mi ha dato la possibilità di confrontarmi con molte persone, sia musicalmente che non. Avevo bisogno di più stimoli possibili che mi dessero la possibilità di cercare un mio linguaggio di espressione, nella musica così come nella vita. Chiaramente questo percorso si è svolto principalmente in grandi città italiane ed estere; ed è lì che ho vissuto le varie forme di città, positive e negative.
AAJ: Come si è formato il gruppo che ha poi inciso il disco?
F.S.: Con Raffaele Casarano, Mike Minerva e Dario Congedo c'era già un'amicizia. Con loro ho avuto la possibilità di suonare in passato molte volte. Li ho voluti perché, conoscendoli bene musicalmente, sapevo che avrebbero contribuito alla realizzazione della mia idea in maniera positiva e soprattutto personale. Poi casualmente, in una jam durante un festival jazz, ho conosciuto Luca Aquino e lì ho capito che doveva esserci. Ho sempre adorato il suono della tromba, e lui, con la sua idea "elettronica," mi ha subito colpito.
AAJ: Ascoltando l'album traspare una certa attitudine per l'inserimento di piccoli elementi elettronici. Quando componi, in che modo ti relazioni con le macchine?
| “Avevo bisogno di più stimoli possibili che mi dessero la possibilità di cercare un mio linguaggio di espressione, nella musica così come nella vita.” |
F.S.: Credo che l'elettronica sia veramente un gran passo verso la musica del futuro, anche se ormai è molto presente. Ho voluto nel disco queste sonorità, perché mi dessero la possibilità di suonare "dentro la metropoli". Mi spiego meglio: l'elettronica ti dà la possibilità di catapultarti in atmosfere in maniera molto realistica (un po' come il 3D utilizzato nei film di nuova generazione), e dato che Metropolitan Prints doveva essere questo, allora ho scritto sempre immaginando un effetto sonoro che poi le macchine mi avrebbero dato. Adoro molto il suono acustico e l'idea del trio mainstream, ma in questo disco dovevo suonare così. Quando compongo è la musica a fare da padrona, cerco sempre di non pensare a come dovrebbe suonare il brano, ma a suonarlo e basta. Più lo immagini, più lo suoni, più tutto viene da sé. Incominci a sentire atmosfere ed idee che diventando sempre più chiare, fino a quando non diventano realtà. Le codifichi e allora capisci ciò che serve.
AAJ: L'unico brano non autografo è "Gallerie" di Raffaele Casarano. Mi parli della vostra collaborazione?
F.S.: Con Raffaele suonare è bellissimo. È un artista che lascia molto alla tua personalità, e inoltre è una persona fantastica. Con lui ci siamo conosciuti per un concerto a Villa Celimontana, dove lo invitai come ospite del mio trio. Da lì è nata una bella amicizia e collaborazione. Volevo un suo brano nel disco, e così è nato. Il ricordo più bello durante la registrazione, è quando mi lasciò solo nella sala, mi fece abbassare le luci e partì il "rec".
AAJ: Artisticamente parlando sei attratto dalla figura di John Scofield. Quali sono le caratteristiche che vi accomunano?
F.S.: Difficilissimo da dire. Trovo più giusto parlare di quali sono le caratteristiche di Scofield che mi hanno sempre affascinato. Innanzi tutto l'idea di suono, il blues (costantemente presente nel suo linguaggio), le composizioni, il suo fraseggio. Ho voluto dedicargli un brano ("John Street") come una sorta di ringraziamento a un grande artista, capace di raccontare la musica, in ogni suo disco, in maniera differente. Basti pensare a Blue Matter, uno dei primi dischi di Scofield "fusion," fino ai dischi di oggi quasi del tutto blues. Un artista senza un preconcetto musicale, capace di racchiudere tutti i generi in una sola parola: MUSICA. E come lui citerei un altro artista importantissimo per me e per la storia della musica passata e futura: Miles Davis. Unico!
AAJ: Dove deve scavare un giovane jazzista per trovare la sua originalità?
F.S.: Credo innanzi tutto nel jazz come forma di linguaggio, prima ancora di genere. Quindi sicuramente per poter parlare bene una lingua, bisogna studiarla nella forma, costruzione, dialettica, e dopo subentra la fase dell'espressione. Qui la fa da padrone l'emozione. Basta vivere a 360° in rapporto con il mondo, per essere costantemente stimolati da ogni forma di emozione. "Purtroppo" il passato jazzistico ci ha segnati moltissimo, infatti ci ritroviamo a suonare ancora oggi quei brani e moltissime volte quegli stili. Tutto ciò va più che bene, anche perché abbiamo la possibilità di studiare il sound di vari periodi, ma dobbiamo anche soffermarci sulla loro originalità. Il be-bop, il cool jazz, l'hard-bop, sono nati per mano loro, noi non dobbiamo soltanto riprodurli, ma evolverli secondo la nostra idea di musica, e logicamente di espressione.
AAJ: Utilizzi le chitarre che tuo fratello Francesco costruisce. Quali sono le caratteristiche che deve avere il tuo strumento ideale?
F.S.: La chitarra è come se fosse il prolungamento delle mie idee, quindi deve essere il più vicino possibile a loro, in tutte le sue parti. Nella scelta dei legni, corde, hardware, tipo di chitarra (solidbody, hollowbody o archtop) fino ad arrivare al tipo di plettro, diversi in misure e materiale, e logicamente ampli ed effetti. La mia fortuna è avere un fratello liutaio (Savino Custom) che mi ha dato la possibilità di chiarirmi le idee su come diversi tipi di legni in combinazione tra loro mi dessero sonorità differenti. Tutt'ora utilizzo una chitarra hollow body, con corpo e manico in mogano, tastiera in ebano, e top in acero quilted, costruita da lui. Questo strumento ha la particolarità di non annullare l'idea elettrica, caratteristica delle solid body (per esempio utilizzo spesso anche un Sg Gibson), ma al tempo stesso mi dà la spinta acustica della cassa. Per adesso è la chitarra dove mi rispecchio di più.
martedì 27 aprile 2010
John Abercrombie Organ Trio: LIVE
Un pubblico non numerosissimo si congeda dalla Sala Petrassi dell'Auditorium con la piena consapevolezza d'aver assistito a un concerto di valore assoluto, prodotto da musicisti capaci di giungere a una sintesi - di stile, impostazione e concretezza - prossima alla perfezione.
Sul palco c'era stato, fino al termine di un sincero applauso, John Abercrombie e il suo Organ Trio. L'organo, quindi, come elemento attorno al quale ruota l'idea di questo originale progetto. Non un organo qualsiasi, ma l'Hammond - l'XK 3c nell'occasione -, strumento dal fascino impareggiabile che ha segnato, in maniera definitiva, un intero filone stilistico sia in ambito jazz che rock. E non solo, viene da dire, soprattutto dopo aver visto il giovane Jared Gold confrontarsi con i compagni di viaggio: Adam Nussbaum alla batteria e John Abercrombie.
Due autentici fuoriclasse. Il primo, rilassato e flessuoso, viaggia veloce sui suoi Zildjian come una pattinatrice su una lastra di ghiaccio sottile, senza sbagliare mai il dosaggio di tocchi precisi e, a volte, impercettibili. Ma anche, all'occorrenza, sciolto nel recuperare una bacchetta volata via in un solo di furiosa bellezza. Abercrombie, poi. Se ne resta seduto tutto il tempo. Sembrerebbe un turista stanco, sfuggito a una guida in giornata di grazia, se non fosse per come traduce sulla sei corde un'espressività tale da far scaturire un caleidoscopio di emozioni. Prendi la versione di "Timeless": intensa, scurissima in ogni misura e di un fascino clamoroso, che mette i brividi e ci fa dimenticare la diatriba al parcheggio con uno dei tanti fan di Samuele Bersani, on stage la stessa sera nella sala affianco.
Concerto da intenditori, ma anche da feticisti e un po' nostalgici, dal momento che diversi, compreso il vostro cronista, stazionano sotto il palco a fine performance per scrutare qualche particolare dell'Hammond, lasciato lì in bella mostra. Impressioni confermate da questo dialogo - origliato con malcelato interesse - di estrema sintesi: lui, un po' miope, riferendosi all'amplificatore: «lì, su quella scatola, c'è scritto Leslie? », lei: «sì caro», e lui, visibilmente compiaciuto: «ok, possiamo anche andare».
martedì 20 aprile 2010
Vincenzo Martorella: il Blues
Nella prima parte sono messi in relazione gli eventi e le indagini che hanno portato gli storici a formulare delle ipotesi - qui non sempre confermate - sui natali del blues, una musica, soprattutto nel periodo pre-discografico, di natura frattale e, come ricorda Martorella, senza padri concretamente riconoscibili.
Una linea di condotta che nella seconda parte dà spazio alle forme del blues, al loro aspetto metrico ed esecutivo, e ai significati racchiusi nelle dodici battute. Alcuni capitoli sono dedicati a “cosa” raccontano e al “come” si esprimono i blues, e al loro rapporto con l’intera cultura afroamericana. Sono inoltre descritti i primi protagonisti di un folklore spontaneo e analizzate le costrizioni subite dal canone iniziale con l’avvento delle registrazioni discografiche.
L’ultima sezione si snoda attraverso le vite – spesso intrigate e ancor oggi fitte di mistero – dei principali interpreti del genere: da Bessie Smith a Robert Johnson, passando per Eddie “Son” House, Skip James, Charley Patton e molti altri.
Mappa fondamentale dunque, sia per chi ha voglia di mettersi alla scoperta di una radice musicale affascinante e decisiva per le sorti dell’intera popular music, ma anche per chi pensa di aver già fatto propri tutti i segreti, e le ragioni, di una musica infinita. Indispensabile.
lunedì 19 aprile 2010
2Pigeons: Land
Anche se in Land, il loro debutto sulla lunga distanza dopo l’omonimo EP del 2008, c’è molto di più: c’è la fantasia di un gruppo capace di osare. I ragazzi inseriscono a più riprese contrappunti strumentali che non t’aspetti, come il piano classicheggiante di I-Land, ma anche il sax impazzito di Michele Sambin nell’opener Biko, traccia spiazzante e multiforme; e si lanciano spesso senza paracadute nella libertà espressiva, come in Open Doors. Nelle nove tracce proposte si possono anche incontrare elementi di ballabilità (The River ne è l’esempio più lampante), atomi di drum & bass, rarefazioni bristoliane e una serie di influenze raccolte in molti anni di ascolto attento e sperimentazioni tese al futuro. Inoltre, la voce di Chiara riesce a “surfare” con disinvoltura in ogni brano, rivelandosi a conti fatti il vero elemento portante di Land.Menzione finale per Giulio Favero (ex-One Dimensional Man) che da dietro al mixer è riuscito ad amalgamare un calderone ribollente di elementi formali e stilistici. Ma d’altra parte, i due piccioni, non potevano scegliere un terzo elemento più appropriato.
sabato 17 aprile 2010
Piero Delle Monache: Welcome
È nato nel 1982 Piero Delle Monache, e appartiene a quella generazione di musicisti capaci di tradurre in personale attitudine una ricca quantità di informazioni, stilistiche e di impostazione, ottenute grazie allo studio intenso e alla immediata messa in pratica delle proprie possibilità.
Welcome è il suo primo lavoro con il proprio nome scritto in grande, e racchiude - nel breve volgere di sei brani stipati in poco meno di mezz'ora - un'ampia varietà di soluzioni formali.
Il saxofonista di Pescara si avvale della collaborazione di sidemen altrettanto giovani e preparati - tra i quali si distingue il chitarrista romano Francesco Diodati - pronti ad abbracciare una linea di condotta che spazia dalle melodie corpose e oscillanti di "Noir," impreziosita da un interludio delicatissimo del pianista Giovanni Ceccarelli, alle nostalgiche note di "Miramare," dove il leader sfoggia un timbro scuro e suadente, passando per i cambi di passo incalzanti della veloce "Tutto bene".
Chiude il cerchio la rivisitazione di "Miramare," affidata alle intuizioni elettroniche di Deli, il fratello del leader, che la trasforma in un pezzo vicino ai modi garbati tanto cari ai Gotan Project. Applausi.
mercoledì 10 marzo 2010
Interviste kroniche: Joy Cut # Overmood # Quinto Stato # Hollowblue # The Banshee
Li abbiamo visti esibirsi a Roma prima del concerto degli Editors, sono riusciti a catturare l’attenzione dei presenti con un mini-set profondo, scuro, sofferto. I Joy Cut rafforzano con il nuovo “The Very Strange Tale of Mr. Man” tutto il loro potenziale musicale e comunicativo. Portano avanti un’idea concreta, una filosofia d’intendere gli sviluppi di costume che si riflette nei loro testi, nel loro suono. Ci svelano cosa c’è nel profondo del loro pensiero e da dove nasce l’incredibile necessità comunicativa che li spinge a portare avanti un’idea che ha solo bisogno di spazio e possibilità d’esprimersi nella sua interezza
Il progetto JoyCut prende il nome da due opere ben distinte: “Joey” di Nick Drake e “The Final Cut” dei Pink Floyd targati Roger Waters. E’ solo un fattore d’assonanze o ci sono degli aspetti artistici e caratteriali di questi due personaggi che si possono rintracciare nella musica della band?
Piccola precisazione per onestà intellettuale e credito storico: “Joey” è una traccia di “A Time for No Reply” di Drake. Detto questo, l’assonanza metrica ha senz’altro contribuito alla sintesi fra i due significati, ovviamente la caratura comunicativa dei due pianeti in questione ha fatto il resto. Ci sono stati, ci sono attualmente e probabilmente continueranno ad esserci tratti sonori specifici che si riferiscono ai due artisti.
Il fatto di cantare in inglese per esprimere la vostra filosofia musicale è una scelta puramente commerciale o pensate che sia una via di comunicazione effettivamente più efficace?
Diremo una cosa semplice. Noi cantiamo in inglese e basta. La scelta è spontanea e allo stesso tempo necessaria. Abbiamo col passare del tempo sperimentato e constatato quanto il suono della voce meglio si esprima con la formula codicologica. Si abbandona più aderentemente al resto. E il linguaggio è mutuato da frames di immagini-idee che facilmente possono essere rappresentate da chi ascolta. L’inglese non è pertanto una scelta commerciale. Meglio dire una consapevole presa di posizione, con l’ambizione di potersi confrontare con qualsiasi cultura.
Il vostro ultimo lavoro “The Very Strange Tale of Mr. Man” è un disco molto ben curato e corposo. Sembra il frutto di molte session di registrazione; è questo il vostro modo di mettere insieme le idee o arrivate alle conclusioni in maniera rapida senza perder troppo tempo in studio?
È frutto di molte session di prove. Di Suono maturato live e di un’attività compositiva che da molto tempo sente il bisogno di venire alla luce. In studio abbiamo registrato in presa diretta. Esperienza che ci ha gratificato tanto e che speriamo di poter ripetere nei prossimi lavori, pur non disdegnando il valore aggiunto della ripresa stratificata. Un domani, se avremo possibilità e disponibilità, volentieri avremmo voglia di vivere lo studio buttando via l’orologio.
Difficile cogliere in maniera netta le ispirazioni della vostra musica. Ma nel brano “Shake Your Shape” viene fuori un’urgenza espressiva che riporta alla mente le sonorità darkeggianti della prima metà degli anni ’80. E’ un abbaglio o effettivamente portate nel cuore quel periodo?
Quello è senza alcun dubbio uno dei colori centrali della nostra esperienza adolescenziale nonché dell’imprinting formativo. Ma ci sono tanti altri colori che possono essere accuratamente scorti, scovati e scoperti all’interno del disco. Una volta trovati e riconosciuti non si potrà far a meno di considerarli alla stessa stregua di quelli che emergono ai primi ascolti. “Shake Your Shape” è la miglior sintesi, in tal senso, che siamo riusciti ad offrire.
Chi è esattamente Mr. Man? Perché questa necessità vitale di doverlo salvare? E soprattutto, in che modo si può raggiungere l’obiettivo?
Mr.Man incarna i valori della sensibilità umana perduta. Non ci guardiamo più negli occhi. Non ci ascoltiamo più veramente. Puntiamo sempre più ad apparire. Tesi al profitto. Tradendo lo sviluppo civile e sociale col velenoso termine di Progresso. Mr.Man è questo Processo. L’uomo, quello che non c’è più, è oramai alieno, diverso, altro. E quando ne incontriamo uno fragile, umile, che lotta per essere semplicemente umano, ne abbiamo Paura.
Portate Mr. Man con voi anche sul palco sotto forma di un pupazzetto verde dalle fattezze extraterrestri. Sembra proprio parte integrante della band. Vi ispira, vi dà forza o è solo un fattore scenografico?
È il Nous! È l’anima dei Joy Cut. Ha un profondo taglio sulla pancia. All’interno vi riponiamo tutti i nostri oggetti da custodire. Ce li redistribuiamo prima di ogni concerto. Ci fa sentire parti dello stesso corpo. Ci dà gioia. Il nostro progetto vorrebbe un giorno istituire una fondazione Mr.Man. Per dare “voce” al vuoto sociale.
Quanto è stato importante suonare come supporter degli Editors nelle due date italiane del loro tour? Cosa vi ha concretamente portato in termini d’esperienza e divulgazione della vostra musica?
Tantissimo. Primo perché con gli Editors vi erano anche i The Boxer Rebellion, band della scena londinese e questo ci ha permesso di confrontarci direttamente con i suoni e la forma mentis d’oltremanica, secondo perché tenere il passo a realtà così straripanti ci convince sempre più di quanto lavorare, aprirsi, cambiare, crescere, ammettere limiti, sia per una band l’obiettivo più importante verso cui indirizzare tutti gli sforzi. Ci ha inoltre permesso di suonare letteralmente davanti a migliaia di persone con un’aspettativa di linguaggio talmente ben definita da cogliere con favore anche la nostra proposta.
Un’idea musicale non così immediata. Avere a disposizione uno spazio tutto per voi (magari davanti ad un pubblico più ristretto) è l’ideale per esprimervi al meglio o credete che la gente riesca a cogliere al volo la vostra essenza anche nel giro di due brani?
Stiamo crescendo trovandoci a dover offrire una sintesi della nostra identità musicale in uno “short term” (aperture, festival): fino a questo punto questa modalità ha pagato, permettendoci di veicolare l’energia in pochi pezzi. Lo spazio tutto per noi? Dopo numerose occasioni nel passato e alcune date quest’estate con palchi tutti nostri, è l’esperienza che ci apprestiamo a vivere di nuovo a partire dal 1 dicembre, data in cui partirà il nostro giro invernale. Augurandoci di incontrarci presto risponderemo sulla scorta dell’esperienza di fatto. Vero è che suonare davanti a poche persone che però sai indubitabilmente essere lì per te, che magari hanno acquistato o ascoltato il tuo disco…fa piacere e sarà emozionante! Mr. Man sarà contentissimo!
Avete in mente di portare avanti il vostro progetto basandovi nuovamente sulle tematiche di quest’album o nel prossimo futuro dobbiamo aspettarci delle radicali trasformazioni dei JoyCut?
Perché no? Ci sentiamo molto rappresentati dalla metafora della Polaroid. Fotografare sempre con autenticità il nostro stato di forma. Composizioni e brani per prossimi lavori già in archivio, moltissimo in cantiere. Altro che come sempre verrà fuori d’impatto. Unica cosa certa: racconteremo chi siamo!
E’ una di quelle band che non passano inosservate. Uso intelligente dell’elettronica, bella miscela di suoni e modernità consapevole, dall’incedere rapido, fulmineo, ritmato. Gli Overmood si scusano per gli imprevisti che ne hanno ritardato l’ascesa e mettono sul piatto le carte giuste per essere considerati una delle realtà più ficcanti e interessanti dell’anno.
“Sorry for the Setbacks” è la giusta sintesi di un lavoro di sperimentazione mirata, senza fronzoli, che raggiunge l’obiettivo senza titubanze e che può seriamente rappresentare il trampolino verso la giusta consacrazione.
Il vostro sound è molto originale e difficilmente riconducibile a sonorità ben definite. Come riuscite a mettere insieme la fondamentale componente elettronica con la vostra parte più rockeggiante rimanendo in equilibrio stilistico?
Fare confluire il pop-rock nell`elettronica è stato istintivo così come lo è stato usare un computer, campionamenti e auto-campionamenti per suonare. È un`attitudine che deriva da alcuni anni passati nell`hip-hop e più tardi nell’ascolto di musica elettronica. Solo da questo punto in poi è nato l’interesse e la curiosità per il rock indipendente americano e, di conseguenza, la voglia di provare a costruire qualcosa di simile ma con synth, sample e batteria elettronica. Ovvero con gli stessi strumenti di sempre. Contrariamente alla tendenza generale dei gruppi rock che si contaminano d’elettronica per sperimentare, il nostro percorso è stato inverso, diciamo dal breakbeat ai Pixies!
Quanto è stato difficile innestare altri due componenti (basso e chitarra) su un duo propriamente elettronico già collaudato e affiatato?
Non è stato facile far convergere gli interessi in un progetto comune, per questo fino a poco tempo fa ci consideravamo un duo e non una band al completo. Almeno fino all`inserimento di Andrea e Riccardo che, per fortuna, non condividono con noi il 100% degli ascolti. Io e Matteo ci conosciamo da moltissimo tempo ed abbiamo finito per livellare i nostri gusti, anche se spesso abbiamo dovuto discutere molto sui singoli suoni del disco prima di prendere una decisione definitiva.
“Sorry for the Setbacks” è passato attraverso molte fasi compositive oppure avevate tutto in mente ed è bastato entrare in studio e registrarlo?
Il disco è nato da lunghe serate invernali passate nella nostra saletta sotterranea con pc, stereo e chitarra a smontare e rimontare pattern con frammenti di batterie, synth, chitarre, a definire effetti, a strutturare i brani e a registrare demo. Siamo arrivati in studio con i provini dei brani e le parti già completamente definite. Nonostante ciò il risultato finale ha risentito molto e positivamente del lavoro in studio, ci siamo concentrati molto sulla produzione.
C’è qualche cosa che avreste voluto aggiungere o togliere, oppure pensate pienamente che sia un cavallo vincente?
Con il passare del tempo è abbastanza naturale rendersi conto delle molte altre possibilità che avremmo potuto sfruttare... ma questo non significa avere rimpianti di alcun genere, il lavoro ci soddisfa ancora e non poteva che uscire così in quel periodo! Nessun pezzo tra quelli previsti è stato escluso. Dal vivo ci sentiamo liberi di reinterpretare i pezzi e di risuonarli in modo diverso, lasciando spazio all`improvvisazione strumentale.
Rico degli Uochi Tochi dietro al mixer e all’intero progetto Overmood. Quanto e in che modo vi è stato d’aiuto per la realizzazione dell’album e l’assemblaggio dei brani?
Rico c’è stato di grande aiuto: ha subito capito quello che volevamo fare e quale importanza doveva avere la parte ritmica. È stato un lavoro di potenziamento e di definizione di un suono pulito, secco e potente. Per quanto riguarda l’assemblaggio dei brani, come dicevo poco fa il disco era già in buona parte abbozzato nei provini.
Emerge durante l’ascolto di ogni track una certa urgenza espressiva. I pezzi entrano subito nel vivo senza grandi introduzioni. E’ il vostro solito modo di esprimervi o questo fattore è dovuto dall’eccitazione del momento?
Anche questa è una domanda che fa riflettere sul passato... probabilmente si tratta di un retaggio che ci portiamo dietro dall’hip-hop: brevissimo intro, strofa, ritornello, strofa! Senza troppo respiro tra un momento e l’altro.
Colpisce il vostro modo di sviluppare la traccia. Musica che non è mai ferma su binari delineati, ci sono sterzate improvvise e accelerazioni repentine. Chi è di voi l’artefice di questo linguaggio asimmetrico che dà una bella sensazione di moto continuo?
Le basi del disco sono mie e di Matteo. L’asimmetria è una tentazione alla quale abbiamo voluto cedere qualche volta sia nell’andamento delle basi sia nella struttura dei testi, come in “The Mockery”. La tendenza è quella di costruire due atmosfere diverse e complementari che si alternano tra strofa e ritornello facendo molta attenzione ai cambi di tempo. Ora che ci penso è una caratteristica che riscontro spesso nei dischi che ascoltiamo di più.
Si deduce una gran gavetta d’ascoltatori e ricettori musicali. Chi è l’artista che più d’ogni altro v’ispira?
Ti posso fare alcuni nomi random di band che ascoltiamo molto, anche se non sono sempre ricoducibili agli Overmood: Pixies, Modest Mouse, Built to Spill, quasi tutto dei fratelli Kinsella, Daft Punk, Mr. Oizo, Ratatat, Cornelius, Gangstarr, qualcosa della Ed Banger...
Avete in mente di portare degli accorgimenti al vostro suono, magari con una sezione ritmica più pesante, o pensate di continuare sfruttando le possibilità di un`elettronica più "leggera"?
Ora non saprei rispondere, stiamo raccogliendo idee e riscontri nell`attesa di nuove registrazioni. Nel disco abbiamo preso spunti diversi da produzioni diverse cercando di evitare il crossover posticcio, come accade spesso quando si avvicinano rock ed elettronica. “Sorry for the Setbacks” suona come una rilettura giocattolosa dei nostri ascolti.
Che vi piacerebbe fare da grandi? Avete già in mente quale sarà la direzione da prendere per arrivare ad un secondo disco che sicuramente susciterà attese e curiosità?
L`età media è di 22 anni: qualcuno di noi ha già un lavoro quindi è già grande. Per ora vorremmo suonare moltissimo dal vivo. Abbiamo scoperto nuove possibilità interessanti riarrangiando quello che c`è nel disco, cercheremo di concentrarle in un ep nel 2008 che “sicuramente susciterà attese e curiosità” (grazie per la fiducia!).
Scambio d’idee con il gruppo ferrarese per cercare di capire il nocciolo del loro pensiero e il punto di vista di una band giovane e propositiva.
Che significato ha per voi Quinto Stato, cosa rappresenta oltre la semplice idea di rock band?
Quinto Stato è il frutto di una lontana amicizia fra quattro ragazzi della provincia ferrarese. Ci siamo conosciuti sui banchi di scuola, bla bla bla...
Dal vostro esordio discografico ad oggi sono passati quattro anni durante i quali ci sono state molte evoluzioni; c’è un filo conduttore che vi ha portato alla realizzazione di “Le ultime tracce di Mr. Tango”?
Probabilmente la necessità stessa di doverci evolvere. Abbiamo sempre temuto le stagnazioni.
Avete già raggiunto una buona originalità stilistica; da dove nasce il vostro suono e quali sono stati i passaggi fondamentali per la sua amalgama?
Magari è scontato, ma il nostro suono nasce dal confronto-scontro fra i nostri differenti background musicali e grazie a lunghe sessioni di prove abbiamo raggiunto quello che si può sentire nel nostro ultimo cd.
Dall’interpretazione dei testi emerge un forte senso di disagio nei confronti delle consuetudini (religiose, culturali e di costume); è arrivato il momento di scuotere queste situazioni ristagnanti o è meglio fuggire per trovare nuove strade?
Non ci sentiamo di dare un consiglio a riguardo, anche se da come ci poni la domanda, l`invito è quello di dare un messaggio positivo comunque. E tale sia.
Chi è Mr.Tango? Che cosa rappresenta nella vostra ideologia musicale?
Mr.Tango è la ciliegina ammuffita sulla torta di feste mondane, è la spina nel fianco di chi vuol assolutamente apparire brillante. Mr.Tango è una contraddizione continua nella ricerca di una propria soggettività.
Dove si arriva percorrendo le sue tracce?
Sempre nella solita ed anonima provincia ferrarese.
Nel disco ci sono brani notevoli, vedi “Ancora nuvole” o “Cani surgelati nello spazio”; l’idea brillante è proposta in maniera diretta o passa attraverso un percorso realizzativo complesso?
Dipende dal pezzo. Ancora nuvole ad esempio ha richiesto uno sforzo notevole per la sua riuscita, nonostante possa sembrare una canzone abbastanza semplice. Cani surgelati nello spazio, al contrario, è stato un flusso torrenziale che si è materializzato in breve ed è uno dei pezzi a cui siamo più legati.
Quanto ha influito la figura di Giorgio Canali sulla vostra scelta musicale? In che modo un produttore del suo spessore può essere d’aiuto per un gruppo emergente?
Abbiamo la fortuna di conoscere Giorgio e spesso ci incrociamo scambiandoci opinioni. Per la realizzazione del disco però avevamo le idee chiare, anche se il suo tocco è stato fondamentale, come lo sarebbe per qualsiasi gruppo che avesse la possibilità di lavorare con lui.
Prossimamente verso quale direzione si muoveranno i Quinto Stato? C’è un grande obiettivo finale o preferite vivere alla giornata?
La seconda che hai detto.
Abbiamo scambiato due parole con Gianluca Maria Sorace (voce e anima del gruppo) e Marco Calderisi (chitarra), dopo l’uscita dello splendido “Stars are Crashing (In My Backyard)” e prima del tour che li porterà fino a esibirsi a Londra, in quella che ha tutta l’aria di essere la strada giusta verso la consacrazione.
Nel vostro ultimo lavoro, “Stars are Crashing (In My Backyard)”, emergono diversi momenti dall’andamento filmico. Il riferimento è alla pulpfictioniana “First Avenue” e agli scenari struggenti di “We Fall”. Quanto siete attratti dal mondo cinematografico?
Gianluca: Il linguaggio cinematografico è qualcosa che ha sempre avuto una forte influenza su di me. Che poi questa ricada direttamente nella musica che facciamo, non saprei. Probabilmente a livello inconscio, in alcuni casi, sì. Ma mi sento di dire che nessuno di noi parta veramente dall`idea di ottenere un certo risultato nella fase iniziale in cui ci apprestiamo a comporre e arrangiare. Lasciamo che le cose prendano il loro corso in modo molto istintivo, e così proseguiamo stando attenti a quello che la canzone stessa ci richiede. Può capitare di arrivare a comporre qualcosa di maggiormente cinematografico, ma anche semplici e dirette canzoni pop.
Se vi proponessero una soundtrack, da quale regista vi piacerebbe essere chiamati e perché?
Gianluca: Sto scoprendo recentemente David Lynch. Non avevo visto a suo tempo “Twin Peaks”. Mi sono perso le reazioni che suscitò. Immagino che debba essere stato, per le famiglie che lo seguirono in televisione, abbastanza spiazzante. Di Lynch adoro il modo sottile in cui mescola la realtà con il sogno. Non mi dispiacerebbe musicare un western. Ecco, magari un western di Lynch, se mai ne farà uno.
Ci sono altre band che godono della vostra particolare ammirazione, in Italia e all’estero, e perché?
Marco: In italia ci sono stati diversi gruppi che hanno goduto e/o godono della nostra ammirazione: Massimo Volume e Scisma per quanto riguarda (purtroppo) il passato; Ex-Otago, Perturbazione, Offlaga Disco Pax sono alcuni dei gruppi che più mi attirano e coinvolgono al momento. Tre nomi su tutti per quanto riguarda le influenze estere: i Cure, per la loro tristezza; i Blur, per la loro essenza pop; i Sonic Youth, per l`uso dei suoni.
Gianluca: Le mie influenze principali sono: David Bowie, Calexico, Nick Cave, Chet Baker, Television Personalities, Blonde Redhead, Portishead, Pulp, Sonic Youth, Arvo Part e i Divine Comedy di “Regeneration”, non necessariamente in quest`ordine. Se parliamo invece della scena italiana mi piacciono molto alcune band della nostra stessa etichetta (la Midfinger records, ndr): The Gumo, Drink to Me e Lara Martelli. E poi Luca Faggella col quale ci siamo trovati talvolta a condividere lo stesso palco, ma anche Valentina Dorme e Virginiana Miller. Voglio citare anche lo splendido progetto solista del nostro batterista Federico Moi, i Lovers of `69. Poi adoro molta della musica italiana degli anni ‘60/’70. Insomma un panorama abbastanza vasto, e ognuno dei componenti degli Hollowblue potrebbe dirti molti altri nomi. Quello che io cerco, e che accomuna quasi tutti questi nomi, è la capacita di trasmettere emozioni e portarmi alle lacrime. Ecco personalmente cerco la commozione. Che sia ben chiaro però che commozione non corrisponde assolutamente a tristezza.
La scelta di utilizzare il pianoforte, ma soprattutto il violino, deriva da una precisa voglia di mettere in gioco sonorità solitamente appartenenti ad altre derive musicali, o pensate sempre più al concetto di band allargata, magari con un’intera sezione d’archi, sax, tromba e altro?
Marco: Alla base di tutto c`è sempre una voglia di sperimentare e mischiare suoni e influenze. Questo sia dal punto di vista strumentale, che dal punto di vista di ascolti. I nostri gusti sono piuttosto eterogenei. Sarebbe molto bello poter suonare con un’intera sezione d`archi. Altrettanto poter includere stabilmente nell`organico anche un trombettista. Anche il sax è uno strumento che mi è sempre piaciuto. Però, mentre non mi è difficile immaginare una tromba o degli archi nella nostra musica, faccio più fatica a figurarmi un sassofono.
Gianluca: Adoro gli archi, in particolare il violoncello e adoro pianoforte e tromba. Non so, mi viene naturale aggiungere arrangiamenti che prevedono l`utilizzo di questi strumenti. Forse anche troppo naturale, nel senso che il rischio può essere in alcuni casi di sovraccaricare tutto quanto. Mi sembra però che finora siamo riusciti a mantenere il giusto equilibrio tra forza elettrica e acustica. Quando è possibile Andrea Inghischiano, il trombettista che ha suonato nel disco (benchè non faccia parte in modo stabile del gruppo), si unisce a noi nei live. Sarebbe bello aver sempre la possibilità si muoverci con più strumentisti. Altrettanto bello però è suonare le canzoni anche in modo semplice. Il fatto che le melodie siano abbastanza forti permette in realtà di presentare le canzoni con arrangiamenti anche semplici e diretti.
Un suono che nella sua interezza denuncia personalità, coesione ed espressività. Quanto lavoro in studio c’è per arrivare a una tale consistenza? Da dove nascono le vostre canzoni? E dove vogliono arrivare?
Marco: Hollowblue è nato come progetto solista di Gianluca e in genere la maggior parte dei pezzi nasce da lui. Con il passare del tempo c’è stata un’evoluzione costante del nostro approccio ed è risultato sempre più significativo l`apporto di tutti. Ciò sicuramente permette di creare un amalgama sonoro composito e originale. La cosa particolare è che, comunque, il processo compositivo non è celebrale o volutamente complesso. Noi suoniamo quello che ci piace e che ci viene spontaneo suonare. Però, senza dubbio, il lavoro costante e continuo portato avanti in sala prove in questi ultimi quattro anni, ha fatto sì che si sviluppasse spontaneamente un’unità e una direzione sonora di gruppo.
Gianluca: Sì, come dice Marco, le cose piano piano sono cambiate negli equilibri della band. Se inizialmente mi occupavo un po` di tutto io, adesso - benché continui a scrivere testi e melodie -, cerchiamo di far nascere le canzoni direttamente in studio. È molto più divertente e più aderente a quello che siamo. Inoltre abbiamo raggiunto un tale grado d’affiatamento che in alcuni giorni potremmo scrivere due o tre canzoni alla volta. Una grande fortuna devo dire. Nelle mie passate esperienze in altri gruppi il raggiungimento di un obiettivo in termini musicali e artistici richiedeva spesso un grande sforzo. Adesso basta accendere l`amplificatore e partire con qualche nota che tutti ci ritroviamo sulla stessa lunghezza d`onda. Quello che vogliamo è semplicemente che trasmettano emozioni forti e che emozionino noi prima di tutto. Immagino che sia un obiettivo abbastanza comune.
L’album si distingue per la cura dei particolari e delle sfumature timbriche. Impegno che si riflette anche nella bella confezione: copertina ricercata e foto azzeccate. In che modo una band che dà risalto a questi aspetti si pone di fronte all’avanzare inesorabile del digital download, ovvero della musica che non si può stringere tra le mani?
Marco: Credo che, al giorno d`oggi, il download digitale sia una realtà importante e innegabile, che vada quindi vissuta in modo attivo. Vedo il download digitale (legale o meno) come uno strumento in più per arrivare dove non è possibile arrivare con altre forme di comunicazione/diffusione. Sicuramente la proposta dd attuale è più limitata, sotto certi aspetti, rispetto a quella classica (ovvero cd o, addirittura, vinile), ma non credo che ciò costituisca un problema di fondo. I problemi sono altri.
Gianluca: Da un certo punto di vista il download digitale è davvero una grande fortuna per le band e la diffusione della musica in genere. A noi internet ha aiutato moltissimo, permettendoci di avere una certa visibilità anche oltre confine. Devo comunque dire che sono un feticista del vinile e del supporto in genere. Non riesco a immaginare un album che sia solo immateriale, non abbia odore e non invecchi col passare del tempo. Questa è una cosa a cui non riuscirei a rinunciare. Secondo me la comodità dell`accesso alla musica attraverso i canali digitali dovrebbe avere come contropartita una cura maggiore per i supporti attraverso il packaging, come fanno in Giappone dove il supporto è prezioso quasi al pari della musica stessa.
Pensate sia una vera rivoluzione o una resa inevitabile?
Marco: Una rivoluzione. Il problema casomai, non è l`eventuale diffusione, legale o meno, di contenuti digitali, ma il fatto che oggi c’è un pubblico meno interessato a certe forme di arte/spettacolo. Si va sempre più verso un sistema “mordi e fuggi”. Ovviamente questa tendenza è agevolata dal dd, ma, contemporaneamente, il dato veramente critico è quello legato alla variazione di sensibilità e interessi dell`utente finale.
Gianluca: Sì, una rivoluzione. Ma la cosa un po` triste per me è che davvero la musica viene sempre più fruita come canzone singola e non come album, lista di canzoni, progetto musicale.
La compilation come modello assoluto d’ascolto. Oh mamma quanto sono vecchio, non riesco ad accettarlo.
A maggio sarete a Londra per il tour promozionale. Vi sentite sufficientemente maturi per proporvi a un pubblico solitamente esigente come quello inglese? Cosa vi aspettate da questa esperienza e quanto pensate che la vostra musica ne possa beneficiare?
Marco: È sempre stato il mio sogno quello di calcare un palco in Inghilterra. Sono cresciuto ascoltando principalmente musica inglese, sono sonorità alle quali sono legatissimo. Sì, credo che siamo sufficientemente maturi... ma del resto lo sapremo solo quando ormai non sarà più possibile tornare indietro, cioè non appena saliremo sul palco!
Gianluca: Suonare e suonare e suonare. Questo non può che far bene a noi e alle canzoni stesse che così acquistano diverse sfumature rispetto all`album, maggior vita. Questo indipendentemente che si faccia in Italia o all`estero. Certo che confrontarci con un pubblico inglese per noi che facciamo una musica d’ispirazione per lo più anglofona è una bella sfida. Sulla carta è stata una sfida già vinta in passato visto che sono uscite recensioni lusinghiere sia negli Stati Uniti che in Inghilterra, e così sta avvenendo pian piano anche per questo album.
Come credo sia noto dal punto di vista artistico ci piace molto confrontarci con quanto succede fuori dall`Italia. Vedi la collaborazione con Anthony Reynolds sul primo disco o quella con Dan Fante adesso. Il faccia a faccia con il pubblico dei live sarà comunque un`altra cosa e non vedo l`ora che si realizzi. A fine aprile faremo anche un tour tutto italiano di sette/otto date insieme a Dan Fante. Vi aspettiamo a questi appuntamenti di musica e poesia.
I The Banshee, musicalmente, fanno sul serio. Due dischi all’attivo, ottime recensioni da parte della critica (NME, Mucchio, Kronic.it) e un buon riscontro di pubblico (sia in Italia che all’estero) ne fanno una delle più interessanti realtà del panorama indie emergente.
Pop molto ben concepito, fresco, intelligente, che si rifà ai grandi nomi della new-wave d’annata, ma che non può passare inosservato proprio perché riesce a non cadere in quei facili cliché che ne farebbero uno dei tanti cloni dei Franz Ferdinand.
Qual è la ragione per la quale esistono i The Banshee? Da dove nasce questo nome?
Siamo quattro orfanelli. I nostri genitori adottivi decisero di chiamarci The Banshee, perché nelle culle strillavamo come la leggendaria creatura dei miti irlandesi.
Venite da più parti descritti come una scommessa vincente. Qual è l’elemento principale di questa riuscita?
Come nel gioco d’azzardo, ci vuole fortuna e un po’ d’incoscienza, poi un bicchiere di Jack Daniels e sigari cubani.
I vostri pezzi sprigionano energia e non conoscono pause di riflessione. Come nascono e qual è la caratteristica che li lega e li rende adatti al vostro stile?
Diciamo che la gravidanza (il concepimento dell’idea) è solitamente mia o di Jago. Poi, di solito, suoniamo avvolti dal nastro isolante, per legare meglio le nostre composizioni! Per quel che concerne lo stile è solo questione di sex appeal.
Con il nuovo “Your Nice Habits” in che modo il vostro suono si è evoluto e cosa è cambiato rispetto ai primi passi mossi con “Public Talks” del 2006?
Oggi il suono è decisamente più definito. Si parla di vera e propria evoluzione e rivoluzione. Rispetto ai primi passi inoltre sono cambiate molte cose. Pensa che ora viviamo in California, vicino a uno che mi pare si chiami Puff Daddy o qualcosa di simile. Giriamo in macchine con ogni comfort (anche inimmaginabile) e ovunque andiamo, ci riempiono la bocca di M&M’s dello stesso colore…
Un disco in soli 36 minuti. È una precisa scelta espressiva?
No, un caso. È un disco che dura solo 36 minuti perché lo abbiamo registrato in solo 36 minuti!
Quali sono i vostri nice habits?
La Play, Mc Donald’s, vedere “Uomini e Donne” in TV. Praticamente gli stessi tuoi nice habits, non è così? [ride]
Sì, in parte. Quanto, e in che modo, è stato decisivo il supporto in studio del producer Luke Smith?
Luke è stato basilare. È un gran producer e ha mantenuto una calma perfetta (evidente in situazioni anche difficili) per l’intera registrazione dell’album. La cosa mi ha impressionato, e lo staff del Red House Recordings di Senigallia è stato magico. Luke lo aveva proposto perchè conosceva già David Lenci, che è un fonico veramente in gamba.
Questa volta sono serio: devo confessare che ancora adesso non comprendo perfettamente le sfumature di suono che Luke è riuscito ad inserire in “Your Nice Habits”. Il suo livello artistico è davvero superiore al mio!
Vi dà fastidio leggere nelle recensioni i nomi dei gruppi ai quali solitamente siete accostati, come Devo o Talking Heads?
Per niente. Anzi, spero che non dia fastidio a loro!
Quanto è importante, per una band emergente, avere alle spalle un’etichetta discografica in un momento in cui sembra che il futuro sia decisamente versato al download e al fai da te?
La prima cosa importante è la promozione del disco. Poi il supporto è successivo. Ritengo che avere gente che crede in te sia fondamentale, soprattutto all’inizio. Per cui, lunga vita alle etichette discografiche (indiependenti)!
La vostra musica gode di un notevole respiro internazionale: testi in inglese, scelta dei suoni e un atteggiamento generale lontano dagli stereotipi pop italiani. Pensate che questo possa creare una certa diffidenza con il pubblico o avete in mente di puntare subito a un audience prettamente europea?
È eccitante pensare che la gente ballerà con i nostri dischi. Stiamo puntando ad un audience europea, africana, asiatica, americana e anche oceanica! Gli stereotipi, ahimè, esistono ovunque. In Italia non abbiamo mai avvertito particolare diffidenza da parte del pubblico, come del resto negli altri paesi in cui abbiamo suonato.
Dopo due buoni album, iniziate a sentire il peso delle aspettative? In che modo si svilupperà il progetto The Banshee?
Dopo due soli album, l’unico peso che sentiamo è quello degli amplificatori, in quanto non abbiamo ancora roadies e sta per iniziare il tour.
Anche per questo, stiamo componendo sempre di più con il computer. Potrebbe un giorno sostituire ogni strumento, ogni cosa, anche noi!
Infine, una considerazione sulla vostra Genova. Cosa le manca per competere con le altre città, come Roma o Milano, dove le band hanno molte opportunità e spazi per potersi esprimere?
Non vorrei sembrare un santone, ma la domanda contiene già la mia risposta. Parli di molte opportunità e spazi per potersi esprimere in altre città come Milano e Roma: ti pare poco?
martedì 9 marzo 2010
Serate kroniche: i live report (Editors/Disco Drive)

In un ambiente freddo e vagamente distratto spetta ai nostri Joy Cut aprire la tappa romana del tour degli Editors e - nonostante l’indifferenza dello sparuto pubblico che sta lentamente riempiendo il Piper Club – il trio riesce ad offrire un mini-set efficace che strappa pochi applausi ma sinceri. Una rapida sistemazione al palco ed ecco esibirsi i londinesi The Boxer Rebellion, band di belle speranze capace di scaldare gli animi e catalizzare l’attenzione dei presenti con una prestazione essenziale, decisa, senza sbavature e dal coinvolgente andamento ritmico.
Quando ormai sul pavimento del leggendario club capitolino non c’è più neanche una mattonella libera arrivano sul palco gli Editors. I ragazzi di Birmingham sanno bene quanto una buona scaletta può incidere sulla riuscita di un concerto ed infilano subito in apertura - senza perdersi in introduzioni di sorta - due schegge taglientissime del loro repertorio: “Lights” e “Bones”. Due brani eseguiti a perdifiato, con tutta l’energia possibile neanche fosse l’ultimo live della loro carriera. Un avvio folgorante che ha un impatto decisivo in grado di far schizzare alle stelle l’entusiasmo di un’audience che ha voglia di saltare, ballare e farsi trascinare.
La band non è di quelle che si fanno pregare, anzi. Tom Smith si produce in una performance convincente, interpreta i testi delle canzoni con smorfie e pose teatrali, tiene il palco con disinvoltura e ruba la scena mettendosi a suonare in piedi sul pianoforte, arrivando in alcuni momenti quasi a toccare i ragazzi delle prime file e dimenandosi divertito dal tanto entusiasmo prodotto. Dal vivo i brani assumono una veste meno profonda e oscura ma leggermente più colorata ed ariosa. La voce di Smith è più squillante, Leetch al basso e soprattutto il drummer Edward Lay sostengono la struttura ritmica con un apporto incessante e preciso, mentre la chitarra di Urbanowicz resta defilata senza trovare grandi spazi.
Questi sono gli Editors, una band che ha molte frecce nel suo arco e che riesce a mantenere alto il livello emozionale soprattutto grazie a brani come “When Anger Shows”; un pezzo dalla timbrica decadente eseguito con rabbia, forza espressiva e passione. Il concerto non conosce soste e il pubblico partecipa entusiasta e divertito: “Blood” fa elevare aggreganti cori da stadio e una decisissima versione di “All Sparks” produce un battimano incessante. I brani dei due album si mescolano facilmente in un cocktail micidiale: “Munich” è accolta da acclamazioni trionfalistiche e le nuove ma già epiche “An End Has a Start” e “Escape the Nest” fanno sì che l’eccitazione rompa gli argini. Si respira un’aria vibrante; ogni track sviluppa esaltazione e il clima è ormai bollente.
Nel finale la bellissima versione di “Smokers Outside the Hospital Doors” mette il punto esclamativo ad un’esibizione maiuscola capace di spezzare quel filo di scetticismo che prima del concerto legava molti pensieri dei presenti, tra i quali quello del vostro diffidente cronista.

C’era attesa e molta curiosità tra gli spettatori che sabato 3 novembre hanno affollato – come di consueto – il Circolo degli Artisti di Roma, locale sempre più al centro delle scorribande elettro-indie della bella penisola.
L’opening act ha visto protagonisti gli Elettronoir, gruppo volenteroso che ha presentato un set incentrato su quelle sonorità chiaroscurali - infarcite di soluzioni elettroniche - con le quali si stanno facendo conoscere anche al di fuori dei confini capitolini. Un live che purtroppo paga pegno ad un’impostazione timbrica sicuramente da rivedere; la voce di Marco Pantosti si perdeva nelle frequenze del basso di Matteo Cavucci, rimanendo soffocata e per lunghi tratti incomprensibile. Bella la presenza scenica della femme fatale Georgia Colloidi che però non è bastata per elevare un suono complessivamente troppo incentrato sull’elettronica di Davide Mastrullo.
Di ben altra pasta l’esibizione dei sempre più affermati Disco Drive. Trio esplosivo, estroverso, eclettico al punto da far letteralmente vibrare l’atmosfera compassata del Circolo. Un concerto a tratti straripante, dall’approccio forsennato e incredibilmente coordinato malgrado le lancinanti sonorità di una band sempre più lontana dagli stilemi degli esordi e sempre più propensa ad un noise d’altissima qualità.
Consapevoli del loro spessore, i ragazzi si permettono sperimentazioni d’ogni genere, si cambiano postazione e strumenti con scioltezza mantenendo sempre vivissima la sensazione cortocircuitale nella quale si proiettano fin dalle prime battute. I brani del nuovo “Things To Do Today” dal vivo risultano ancora più vorticosi e incendiari. Track pazzesche come “It’s a Long Way to the Top” esaltano il pubblico che si lascia ben volentieri trascinare verso territori al confine di un isterismo frenetico e originalissimo.
Doppia batteria, trovate elettroniche, qualche sbavatura dovuta al continuo azzardo sonoro e al ritmo incessante; sono queste le caratteristiche che fanno dei Disco Drive una band fuori da ogni possibile definizione. Difficile trovare gruppi che sul palco danno tutto con questa energia e con tale espressività.
Mai, per nessun motivo, vorremmo capitare sotto una bacchetta di Jacopo Corazzo ma, sicuramente, abbiamo molti argomenti per ricapitare sotto il palco di un loro concerto.
lunedì 1 marzo 2010
Paolo Tocco: intervista

Paolo Tocco è un ragazzo in gamba. Ingegnere, chitarrista autodidatta, ex prestigiatore, si è avvicinato alla musica con un album, Anime sotto il cappello, fatto di canzoni autentiche che narrano storie personali di vita quotidiana. Mentre si gusta i consensi che quest’opera prima sta riscontrando, inizia già a pensare a un nuovo lavoro, da costruire con più esperienza e con maggiore consapevolezza. Gli abbiamo rivolto una serie di domande per capire cosa ha da dire attraverso il suo modo di essere cantautore istintivo, narratore di qualità e serio professionista.
Sul comunicato stampa di Anime sotto il cappello è scritto che questo lavoro rappresenta una «scommessa contro la plastica musicale che si impone al mercato». A qualche mese dalla pubblicazione, com’è il risultato parziale?
Forse qualche mese non è abbastanza per veder arrivare dei risultati. Già la pubblicazione, in fondo, è un gran risultato per me che sono appena all’inizio di questo lungo viaggio. Una pubblicazione che arriva dopo un anno di consensi e di ottimi riscontri da parte di tutti coloro che per caso, o per dovere, hanno ascoltato la mia musica. Adesso raccolgo senza mai smettere di seminare. La “plastica musicale” c’è sempre, ma mi sto accorgendo che ci sono anche molti spazi e molti grandi professionisti che sfidano e battono questa “plastica” ogni giorno. Sono degli ottimi modelli da guardare per crescere; l’essermi messo in viaggio mi ha dato la fortuna di incontrarne tanti e spero di incontrarne sempre.
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Ugo Mazzei: intervista

Scambio di mail con Ugo Mazzei, cantautore dalle idee chiare e dello stile vissuto. Il suo album d’esordio Pubblico e Privato ha destato la nostra curiosità, per via della sicura ricercatezza mostrata nell’intreccio tra parole e musica e per quel modo espressivo pieno di ironia tipico dei più grandi. Consapevole delle difficoltà, ma certo dei propri mezzi, il Nostro ci racconta alcuni significati delle sue canzoni: solida base di partenza per progetti più ambiziosi e complessi.
Qual è stato il percorso che ti ha portato a realizzare il tuo album di esordio?
L'intravedere uno spiraglio di luce nuova sulla canzone d'autore, e da lì finalmente uscire con un lavoro pieno di sonorità da me amate negli anni.
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Sandy Muller: intervista

Abbiamo rivolto alcune domande a Sandy Müller, pochi giorni dopo il concerto di presentazione del suo terzo lavoro in studio “Falsa Rosa”. La cantautrice italo-brasiliana ci ha spiegato i perché di un progetto lontano dalle consuetudini, fatto di undici brani cantati sia in italiano che in portoghese su uno sfondo musicale di altissimo spessore. Un progetto capace di andare oltre le semplici apparenze.
Qual è il significato di “Falsa rosa”?
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venerdì 22 gennaio 2010
gennaio 2010: recensioni, interviste, live and others

visti dal vivo:
quando ti aspetti qualcosa in più (http://www.rockaction.it/e107_plugins/content/content.php?content.1017)

qualche votazione:
rockaction top album 00






